Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Dal 15 al 17 Aprile sarò  a Roma, al convegno dedicato alla Maternità – precaria e/o possibile?-  della Rete Nazionale delle Donne per la Rivoluzione Gentile a portare racconti di esperienze reali. Numerose, incredibili e quotidiane sono le storie delle donne che ho incontrato in questi cinque anni di approfondimenti su come  è e cosa significa essere e non essere madri nel nostro paese.

La maternità che il femminismo della rivoluzione culturale italiana non ha saputo e/o potuto affrontare è il nuovo confine personale e sociale dell’emancipazione femminile di tutte.

Studio, lavoro, crescita professionale e poi con la gioia delle prima gravidanza arriva anche lo stop inaspettato alla carriera, questa è solo una  delle varianti più comuni dello stigma della generatività che ci riguarda tutte, ed è l’esperienza che ho vissuto in prima persona, sentendomi catapultata in un’altra epoca. Ecco perché a distanza di anni –  tra tutte – è la vicenda di AnnaChiara che si laurea a pieni voti, fa le sue specializzazioni a Lipsia e Londra, rientra in Italia e vince un concorso statale per lavorare nei beni culturali, posto che deve poi lasciare a causa   di una gravidanza a rischio NON prevista dal contratto ministeriale Mibact (qui si apre una grossa parentesi sulla legittimità di un contratto così controverso, rimando a questo articolo  e ai correlati per un approfondimento) quella che mi ha fatto più riflettere e la prima che condividerò con chi ascolta .

“Tutto ha funzionato fino a che sono stata fisiologicamente simile a un uomo. Appena il mio corpo è cambiato per la  gravidanza e ho dovuto affrontare i limiti fisici di una situazione a rischio si è aperto un grande divario”.

AnnaChiara è in attesa (da Novembre 2015) di sapere se potrà essere reinserita e corre forse il rischio di dover restituire dei soldi al ministero per aver sforato il limite di malattia “concessa”… Poi c’è Silvia che si è licenziata per tentare di restare incinta e ora aspetta un maschietto. E Giovanna, commercialista professionista, che al rientro dalla maternità l’hanno piazzata a fare fotocopie. E Manuela, il marito e i due figli, tutti tornati a vivere coi nonni perché diversamente non si riesce coi lavoretti saltuari. E Alona, che sa russo, inglese e italiano ma ha più di trent’anni, una figlia piccola e questo la frega ai colloqui. E Francesca e Alessandra che hanno superato i 35 e hanno deciso di provarci lo stesso a diventare madri, nonostante un lavoro incerto e i conseguenti possibili guai in arrivo. E le infermiere di Padova  che vanno in maternità e mandano in crisi l’azienda …. Tutte queste donne hanno una cosa in comune: vogliono produrre cambiamento.

E, fortunatamente, possono ispirarsi a quei contesti evoluti in cui Maternità e Cura sono pietre angolari di nuovi modelli economici e aziendali dello sviluppo sostenibile a livello umano, quello basato sulla genitorialità sociale,  da cui davvero nessuno è escluso.

Perché in Italia inizia ad esserci anche questo tipo di eccellenza che desideriamo divulgare e accrescere.

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La Salvezza del mondo

La Salvezza del mondo

Womenomics nel mondo e in Italia, analisi e proposte per l’attivazione della ripresa economica attraverso la parità di genere – La Salvezza del Mondo, di Paola Diana edito da Castelvecchi – parla molto di questo.

Dati statistici e rilevazioni internazionali commentati nel testo continuano a evidenziare la posizione di confine occupata dall’Italia nel contesto europeo, borderline tra l’area d’avanguardia e i paesi sull’orlo del fallimento che si classificano subito dopo di noi.

Gli indici relativi alla partecipazione femminile nella vita economica, quelli che rappresentano la ricchezza di ogni nazione e il grado di emancipazione e sicurezza nella vita delle donne sono messi in relazione tra di loro e collegati saldamente al tema del riconoscimento e della condivisione del lavoro di Cura.

Fino a che in Italia le donne saranno naturali depositarie e incaricate del lavoro di Cura, avranno tutte maggiori difficoltà a relazionarsi con il mondo del lavoro. Nel 2014 alle donne è andato solo il 48% dello stipendio medio degli uomini, questo riassume bene l’esclusione dal mercato, il guadagno inferiore a parità di mansione e i soffitti di cristallo.
Una condizione che se non cambia continuerà, sempre più, a inibire la scelta della maternità e a confermare il calo demografico. Ne approfitto per sottolineare, ancora una volta, come siano mistificanti e riduttive quelle narrazioni che suddividono le donne tra quelle che hanno scelto di essere madri e quelle che hanno scelto di non essere madri, tagliando fuori tutte quelle per cui la scelta non c’è stata e censurando un tema importante (ne parlo in maniera diversa qui, qui e qui).

Dopo un’analisi interessante dello scenario di genere, la proposta concreta di Paola Diana per l’Italia è il Bonus Care, ovvero una detraibilità fiscale progressiva fino all’80% per i redditi più bassi al fine di incentivare l’esternalizzazione del lavoro di Cura. Questo farebbe emergere il lavoro nero, creerebbe occupazione e spingerebbe il consumo, azzerando il costo della misura stessa. Inoltre si parla per esempio di una maternità più flessibile in cui la donna possa, nei limiti consentiti dalle sue condizione di salute, continuare a lavorare da casa con lo smart working, evitando lo stallo nella carriera e annullando il limite culturale, ancora molto presente nell’imprenditoria, della preferenza per il lavoratore maschio, in virtù del fatto che non usufruisce della maternità.

La salvezza del mondo passa quindi attraverso la condivisione con l’universo maschile della dimensione della Cura, non solo della prole e delle relazioni, come già accade nei paesi più evoluti. Proprio in quei contesti, di cui il paese emblematico è il Canada, un sistema economico sempre più orientato all’inclusione e alla circolarità, anziché al profitto e alla gerarchia, è la prossima tappa.

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anche questa è violenza

anche questa è violenza

Oggi a Roma, all’hotel Nazionale, si rende pubblico il nuovo (pessimo) scenario dell’emendamento “percorso tutela vittime di violenza” approvato il 15 dicembre dalla Commissione Bilancio della Camera.

Novanta centri antiviolenza e molte femministe italiane raccontano, in conferenza stampa all’Italia e all’Europa, come i fondi destinati al contrasto della violenza in Italia, milioni di euro, verranno dirottati dalle istituzioni alle istituzioni.

Non è un refuso ma la sintesi dei contenuti. Contrariamente a quanto sancito dalla Convenzione di Istanbul, l’accompagnamento delle donne nel percorso di uscita dalla violenza non verrà gestito dalle associazioni di genere che se ne occupano, caso per caso, da vent’anni.

Sarà invece ospedalizzato con “codice rosa” su tutto il territorio nazionale.

Quindi soldi, tanti, per la formazione di tutor ed esperti di settore e iter istituzionalizzato per tutte le vittime di violenza. Quando nella associazioni, laiche e di genere come quelle presenti oggi, queste risorse ci sono già e svolgono la loro azione in perenne mancanza di fondi.

Un’operazione di bilancio economico e di creazione di nuovi posti di lavoro, sulle spalle delle donne e sulla schiena della società civile.

Sono a rischio i centri antiviolenza, qui è spiegato perché il loro lavoro è prezioso e perché un loro indebolimento determinerebbe un arretramento dell’azione di contrasto alla violenza domestica.

Con questo emendamento arretra (di più) anche la residua credibilità di un governo che, ancora una volta, impone le sue scelte dall’alto e smentisce nei fatti di possedere la capacità del cambiamento.

L’emendamento è a firma Fabrizia Giuliani, deputata PD.

I fondi sono erogati dalla ministra Beatrice Lorenzin, Nuovo Centro Destra.

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come tutti

come tutti

Stasera parlo con Marilena Grassadonia e Cristina Giammoro dell’Associazione Famiglie Arcobaleno. Siamo su Skype verso le 21,00, i bimbi sono tutti a letto tranne Flavio, il “grande” (8 anni) di Marilena, che si aggira per le stanze, arriva, le si butta addosso e poi scappa via.

MP: Ciao Marilena e Cristina e grazie di aver accettato un confronto, non lo davo per scontato dopo il subbuglio degli ultimi giorni sulla surrogacy e le temute ripercussioni sul ddl Cirinnà…

Marilena Grassadonia: Grazie a te, per noi è sempre un piacere quando qualcuno ci propone uno scambio, e devo dire che non è così frequente.

MP: Cosa succede? Perché tutto a un tratto queste difficoltà dagli ambienti istituzionali sulle Unioni Civili? Ormai è da tanto che state lavorando ad un’acquisizione di diritti minimi. Perché questa sensazione di arretramento proprio appena prima di andare in buca?

Cristina Giammoro: Mah… Noi la sensazione di andare in buca ancora purtroppo non ce l’abbiamo  mai avuta.

MP: Come no? E’ stata fatta una campagna elettorale sulle unioni civili…

CG: Eh. Se fai un conto di tutte le campagne, di tutti gli annunci e le proposte di legge che nel passato sono state fatte sui nostri diritti – ricordi i DICO? 2008 – ti rendi conto di quanto siamo abituati a non dare nulla per scontato, anzi…

MP: Da quanto state cercando di ottenere le tutele di legge per le vostre famiglie?

MG: Noi come associazione Famiglie Arcobaleno da 10 anni. E bisogna anche dire che, certo ancora le leggi mancano, però molto è cambiato. Siamo ben integrati nelle nostre comunità. Ci raccontiamo quotidianamente insieme ai nostri figli per testimoniare che le nostre famiglie si basano su amore, condivisione, e normale vita quotidiana come tutte le altre. A volte è faticoso ma questo continuo raccontarsi crea inclusione, quindi continuiamo a relazionarci agli altri costantemente…Ci facciamo conoscere dal vicino di casa, dal fruttivendolo quando facciamo la spesa coi bambini, quando passiamo al bar per la colazione … E la gente ci accoglie, senza paura.

MP: Una specie di lavoro culturale dal basso. Quello che manca del tutto a livello politico…

MG: Non direi che manca del tutto perché per esempio i sindaci hanno fatto tanto lavoro di cultura e informazione sul territorio per i nostri diritti… Pensa a Roma – a Marino, questo bisogna riconoscerlo- ma anche a Milano, Genova, Napoli…

MP: E perché invece il governo è distante?

MG: Perché sempre, in Italia, la politica più sale di livello più si allontana dalla vita reale del paese. Si contano i voti, si considerano le statistiche e tutto s’immobilizza. Speriamo ci sia un limite ad un certo punto, ad esempio non ci sembra possibile adesso che ci sia il rischio di un arretramento addirittura sul ddl Cirinnà, il minimo sindacale per iniziare il nostro percorso verso pieni diritti. Si parla tanto di stepchild adoption, ma vorrei farti notare che qualora fosse approvata non sarebbe da considerare una grande conquista per noi, ma solo un buon punto di partenza. Nel merito la stepchild adoption è un istituto giuridico fortemente discriminante, che produce figli di serie A e di Serie B…. proprio dopo aver abolito dall’ordinamento la figura del figlio illegittimo, un controsenso….

MP: In che senso figli di serie A e serie B?

MG: Perché la stepchild adoption non consentirebbe ai nostri figli di usufruire di tutte le tutele di cui godono i figli delle famiglie etero. Ti faccio esempi pratici… L’adozione del figlio biologico del partner non determina un legame giuridico con la famiglia del genitore non biologico (seppur adottante)… Io e la mia compagna abbiamo 3 figli: Flavio che ho partorito io e i gemelli che ha partorito lei. Con la stepchild, se io venissi a mancare, i miei genitori potrebbero attuare disposizioni ereditarie solo su Flavio e non sui gemelli…. Quindi è una mancata tutela rispetto a questi ultimi. Inoltre per la legge Flavio e i suoi fratelli non sarebbero appunto fratelli, perché si legittima solo il legame di primo grado con i genitori e si taglia fuori il resto delle relazioni. Anche la fratellanza…. Un po’ disumano, mi sembra.  E poi la genitorialità, come condizione a prescindere dal contesto, ci viene negata… Nel senso che se, come succede anche in molte coppie etero, dovesse accadere che io e la mia compagna ci separassimo, sai cosa dovremmo fare per tutelare i bambini? Dovremmo unirci civilmente! Il contrario di quella che sarebbe la realtà….. Insomma un po’ carente come orizzonte giuridico…Ma per carità, molto meglio di niente, che è quello che abbiamo attualmente.

CG: Questa ultima cosa, del figlio “condonato” dall’unione civile è veramente pesante da accettare, perché nega la nostra progettualità e implicitamente la nostra legittimità a essere genitori.

MP: Parliamo degli orientamenti comuni sulla genitorialità omosessuale. Sembra sdoganata quella femminile delle coppie lesbiche, mentre ancora tante resistenze ci sono su quella maschile delle coppie gay. Cosa pensate di questo?

MG: Pensiamo che sia il risultato dei condizionamenti culturali del nostro paese, primo tra tutti lo stereotipo che vuole la donna madre che si occupa della prole. E quindi ci sembra una diretta conseguenza, non ci scandalizza che sia così per l’opinione pubblica.

MP: E delle posizioni e dei toni del dibattito femminista di questi ultimi giorni sulla surrogacy invece che ne pensate?

MG: Non me li aspettavo. Ho sentito violenza nella parole dette sulle nostre famiglie, sui nostri progetti genitoriali e soprattutto sui  nostri figli e questo mi ha colpita di più della strumentalizzazione politica a nostro danno che è stata fatta attraverso il dibattito sulla surrogacy. E da questa vicenda è nato il nostro Comunicato Stampa e la nostra presa di posizione, in cui dichiariamo che continueremo a raccontare le nostre storie perché non abbiamo nulla da nascondere.

MP: L’ho letto…. Quante coppie omosessuali della vostra associazione hanno utilizzato surrogacy?

MG: Il 19% circa

MP: E di queste quante sono andati nei paesi in via di sviluppo e quante nei paesi occidentali?

MG: Io porrei la questione in termini diversi. Non è il paese a darti la garanzia che tutto avverrà nel migliore dei modi. Dipende veramente dai singoli casi, dalla correttezza degli accordi e soprattutto, e di questo spesso ci si dimentica, dalla complessità del percorso (se fatto bene) che ti porta a decidere. Ti faccio un esempio: un caso di due papà che hanno abbandonato il percorso di gpa con una donna perché durante i colloqui è emerso che lei non avrebbe mai voluto conoscere il/la bambino/a. Si sono resi conto che mancavano le condizioni di base per costruire con quella persona il rapporto che loro desideravano. Questo ti dimostra sia che anche le donne possono avere differenti approcci e desideri rispetto un percorso di Gpa, sia che c’è il modo per seguire questi percorsi nella maggiore correttezza possibile.

MP: Date consigli per indirizzare ad una surrogacy fatta con i migliori presupposti?

MG: La nostra Associazione non è una “società di servizi” dove si prendono informazioni su come fare e dove, la nostra Associazione è un luogo di incontro dove ci si confronta sulle varie esperienze di vita e sui percorsi fatti. Non indirizziamo i soci verso nessun paese e nessuna struttura; tutti quelli che aderiscono all’associazione sono tenuti a rispettare il nostro Statuto e la nostra Carta Etica, dove gli orientamenti auspicabili sono ben descritti.
In queste ultime settimane abbiamo potuto leggere sui giornali, in tv, le storie dei nostri padri e di come formino delle famiglie allargate, costruite sulle relazioni e che vanno ben al di la di un viaggio all’estero.

MP: Si ho visto e mi interessa. Quali sono le tendenze rispetto alla conservazione del rapporto con la madre? Quanti decidono di dare l’opportunità ai bambini di conoscere la/le loro madri biologiche? Voi incoraggiate questa tendenza?

MG: Innanzi tutto ci tengo a precisare che per noi il termine madre o padre ha una valenza ben specifica ed è riferita a quella persona che desidera mettere al mondo un figlio e che lo accudisce con amore e responsabilità, oltre la biologia. Le donne che decidono di affrontare un percorso di Gpa non sono per noi le “madri” dei bambini che partoriranno, così come la donna che dona l’ovulo o l’uomo che dona il seme.
Le storie che conosciamo ci portano spesso esempi molto belli e positivi di relazioni che continuano nel tempo con le “portatrici”. Ma siamo convinti che non sia solo questo l’unico modo per fare una Gpa “etica”; possono esserci portatrici e padri che preferiscono non continuare ad avere nessun rapporto tra loro dopo la nascita del bambino. Sono tutte situazioni da rispettare; l’importante è che ci siano alla base delle scelte libere, nel rispetto di tutti, e che ci sia il coraggio e la schiettezza di manifestarle apertamente.

MP: In questo ultimo caso mi viene da chiedere: al rispetto del bambino come provvedete? Date per scontato che questo non avrà mai bisogno della madre?

MG:Noi proviamo, come del resto tutti i genitori del mondo, a fare le scelte migliori per i nostri figli fin dal momento in cui decidiamo di averli.
Crediamo che un bambino non possa sentire la mancanza di una figura che non ha mai avuto. I nostri figli sanno chiaramente quale è la loro storia, il percorso che hanno affrontato i loro genitori per averli e sanno benissimo quali sono le figure genitoriali di riferimento, siano esse due mamme o due papà. Come tutti i genitori aspettiamo con ansia il periodo dell’adolescenza, in cui tutti noi siamo riusciti ad essere molto pungenti nei riguardi dei nostri genitori. Anche a noi genitori omosessuali capiterà e affronteremo la situazione.
Nell’infanzia, e ci sono studi che lo dimostrano, per i bambini non c’è la necessità di avere ruoli di genere ingessati e legati al sesso biologico dei genitori, per loro gli adulti di riferimento sono quelli che li curano, che li crescono. Non ci sono situazioni di maggiori garanzia rispetto ad altre, dipende dalle persone. Sta a noi fare del nostro meglio, ad ognuno di noi.
La famiglia è in continua evoluzione, il mondo è pieno di ragazzi cresciuti in famiglie non tradizionali e da persone diverse dai genitori biologici (nonni, zii, genitori adottivi, genitori single,ecc).
MP: E perché se dipende dalle persone bisogna per forza legittimare le relazioni del nucleo famigliare non tradizionale attraverso il mercato? Avete fatto e state facendo tanto per la liberazione dell’identità, ma all’atto pratico ricorrete a un contratto commerciale. Perché la gpa gratuita e solidale è così rara? Permetterebbe di mantenere i rapporti biologici rivoluzionando le forme, caso per caso, della genitorialità tradizionale. E abbatterebbe lo stereotipo della madre come destinataria ufficiale della Cura…..

MG: Faresti un ragionamento così anche ad una coppia etero che ha problemi di infertilità?

MP: Si.

MG: Che dire… Intanto il mercato o meglio il fatto che ci sia dello scambio di denaro non è di per se un fattore negativo. Dipende dalla cultura e dalla organizzaizone sociale dei vari paesi; ad esempio negli Stati Uniti si paga anche una trasfusione di sangue.

MP: Scusate, mi rendo conto sia un mio limite, ma lasciamo perdere gli Stati Uniti… Quindi è al mercato che ricorriamo per legittimare le nostre identità e i nostri desideri? Non possiamo autorganizzarci e fare tra noi? E rendere la famiglia un nucleo aperto a più membri?

MG: Stai parlando di teoria. Poi le situazioni concrete sono diverse.

MP: Non c’è neanche un nucleo così nella vostra associazione?

MG: In realtà uno di numero c’è. Una coppia lesbica che ha messo al mondo una bambina con la presenza di un amico che fa da padre. Si, ho capito cosa intendi, la co-genitorialità… c’è molto in Francia, da noi poco diffusa.

MP: Esatto. Quindi il modo di evolvere la genitorialità fuori dal mercato ci sarebbe, giusto? Cosa ne pensi di questo scenario per l’Italia, lo vedi fattibile?

MG: Ecco diciamo che non mi sento nelle condizioni di pensare alle evoluzioni quando ancora non posso firmare le giustifiche di scuola per i miei figli. La Francia è un altro mondo, avanti anni luce rispetto a noi su queste tematiche. Certo non lo escludo, anche se personalmente la vedo una cosa molto molto lontana. Non posso permettermi il lusso di guardare troppo avanti. Sono inchiodata sulle carenze del presente, troppo importanti, troppo grosse…

MP: Capisco. Cosa pesa di più a Flavio delle carenze del presente?

MG: Questo è un periodo che mi chiede spesso perché io e la mia compagna non ci siamo potute sposare in Italia e poi mi chiede anche perché lui e i suoi fratelli non possono avere lo stesso cognome.

MP: Pazzesco. E a tuo figlio, Cristina?

CG: Mio figlio è ancora piccolo, non si accorge di niente.

Mp: Ok. L’ultima domanda, per sfatare una credenza molto radicata: c’è la tendenza a pensare che la genitorialità omosessuale è una cosa da ricchi… Voi cosa dite a riguardo?

CG: (ride) Io dico che siamo ricchi dentro, e belli fuori! Scrivitela che così la metti in chiusura…

MG: (ride) Ricchi dentro sicuramente…. Per il resto siamo persone normali. Accendiamo dei mutui. Come tutti.

MP: Grazie a tutte e due. Un grosso in bocca al lupo per la Marcia dei Diritti di sabato.

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EFFE rivista femminista on line!

EFFE rivista femminista on line!

Oggi a Roma alla Casa delle Donne c’è una festa speciale, tra vintage e codice OCR, torna tra noi un pezzo di Rivoluzione Culturale. Effe, rivista femminista del (quasi) decennio 1973-1982 apre alla consultazione di tutti i suoi numeri sull’archivio on line http://www.efferivistafemminista.it, trasferendo in rete articoli, ricerche, fotografie e lavori grafici finora consultabili solo in pochi centri di documentazione cartacea.
Effe, nato come settimanale di “controinformazione femminile”, ha dato voce a idee, ricerche e lotte non solo di collettivi e gruppi femministi dell’Italia di quegli anni, ma anche alle vite delle singole donne, riunite in redazione di domenica per raccontarsi e confrontarsi: scrittrici, giornaliste, storiche, sociologhe, letterate, scienziate, economiste, insegnanti, attrici, casalinghe, alcune famose ma la maggior parte sconosciute al grande pubblico.
Per tanti e tante della mia generazione (1979) è molto difficile capire cosa sia successo, che razza di passaggio si sia verificato, tra il ’70 e l’80. E’ una cosa che chiedo sempre, quando parlo con una femminista storica, e ogni volta in qualche modo rimango in sospeso. Le risposte paiono reticenti, incomplete. Ma tutte, proprio tutte, indicano in qualche modo come lo spezzarsi di un filo, l’interrompersi di una trasmissione, una storia lasciata a metà. Forse il passaggio che si è verificato è stata la separazione tra l’individuo e la comunità. Forse è stato un passaggio pilotato dall’esterno, o magari doveva andare proprio così, perché la storia è ciclica e la Liberazione va assunta a piccole dosi. Oggi il mondo è molto diverso dagli anni di Piazza Campo Marzio 7: internet, la globalizzazione, le Pari Opportunità, le classifiche sul genere gap, trent’anni di televisione di massa. E siamo di nuovo al punto di rottura, con il cambiamento che serve come l’aria.
Il rapporto di amicizia tra Daniela Colombo e Donata Francescato, le uniche due redattrici di Effe che hanno partecipato ininterrottamente alla vita della rivista dal primo all’ultimo numero, ha reso possibile la continuità del progetto, e il complesso lavoro di progettazione di Cristina Chiappini e Rossella Giordano ha consentito l’organizzazione on line di tutto il materiale editoriale.
Bello da ritrovare, e per chi non ha sfogliato le pagine della rivista, anche nuovo. Come la ricerca di Mariarosa Della Costa sul lavoro di Cura, molto all’avanguardia per l’epoca e ancora fortemente attuale.
Oggi un po’ mi dispiace essere a Milano, avrei potuto fare qualche domanda a Daniela e Donata. Ci saranno le foto e le persone nelle foto, le stesse e diverse.
Segno che si, siamo ancora in tempo.

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riflessioni in corso

riflessioni in corso

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L’appello di SNOQ/Libere sull’utero in affitto è stato strumentalizzato politicamente lo stesso giorno in cui è uscito.

Dare la colpa a questo appello se un’ eventuale e temuta regressione del disegno di legge, proprio in area stepchild adoption, sulle unioni civili dovesse verificarsi è un’altra strumentalizzazione, o quanto meno un atteggiamento che indica una grande distanza tra chi partecipa al dibattito e il paese reale.
Già mesi fa (qui) notavo come nel confronto sulla genitorialità omosessuale con le persone “comuni” l’utero in affitto fosse un punto molto critico. Il vicino, la signora del bar, il marito dell’amica del liceo, la mamme al parco… Parlando di unioni civili per le coppie omosessuali o semplicemente prestando attenzione a conversazioni in corso, non si può non accorgersi di come puntualmente si presenta il collegamento con l’utero in affitto, anche se la pratica riguarda solo una piccola minoranza (questo ultimo particolare m sembra tuttora attuale, anche dopo che in rete si sono evidenziate le percentuali maggioritarie delle coppie etero).
Probabilmente questo è il risultato delle rappresentazioni televisive sul tema, oppure indica una particolare sensibilità italiana alla maternità, oppure è frutto di altri condizionamenti culturali, tutto può essere.
Certamente però l’appello SNOQ/Libere e gli articoli usciti ultimamente sull’argomento hanno solo evidenziato, e non determinato, il nodo.
Un nodo trasversale, non solo delle classi medie e basse, ma anche di ambienti diversi, come racconta per esempio la Prof. Eva Cantarella (qui).
Cosa si può fare ora che il nodo utero in affitto/stepchild adoption (per quanto scorretta sia l’associazione) si è ulteriormente manifestato?
Secondo me non è necessario fare passi indietro rispetto alla GPA per ridurre la resistenza culturale legata a questo tipo di pratica, basterebbe ricondurla ad un ambito di solidarietà e gratuità.
Cadrebbero così alcune radicate resistenze. In primo luogo, se tutto rientrasse nell’ambito della solidarietà, verrebbe riconosciuta una piena autodeterminazione dell’atto e una conseguente piena legittimità.
Non si può parlare in questi termini delle donne dei pvs che vengono spesso obbligate e rinchiuse in clinica per la gestazione e il parto.
E nel caso delle donne occidentali, che aderiscono a regolari contratti con compensi pattuiti, io per prima mi chiedo se è adeguato parlare di autodeterminazione.
Oppure se quello che accade non assomiglia di più ad una momentanea sospensione dei propri diritti fondamentali in cambio del raggiungimento di un risultato economico.
Alcune credono che anche poter decidere di sottostare a questo scambio, secondo me riconducibile su larga scala a quello che consente ai governi di sospendere lo stato di diritto per offrire sicurezza, significa essere libere.
Altre, me inclusa, vedono nella necessità del riscontro economico ciò che indebolisce l’autodeterminazione. La gravidanza è una “produzione” continua e involontaria che non cessa mai per nove mesi. Le risorse che il corpo della donna riserva allo sviluppo del feto sono fuori dal suo controllo. Un compenso “a prestazione” secondo i meccanismi domanda/offerta/prezzo è una mistificazione del processo a favore dell’indotto commerciale della pratica.
Comunque esistono delle leggi e degli stati dove questo è possibile.
E abbiamo tra le famiglie italiane omosessuali dei casi, a cui è dovuto tutto il rispetto, di questo tipo.

Una tutela valida per tutti i figli nati finora, indipendentemente dalla modalità del concepimento, è sacrosanta.

E’ però controproducente, proprio al fine di produrla questa tutela, non tenere aperta la riflessione sul futuro, e sulle opportunità che una gpa gratuita e solidale offrirebbe al superamento di alcuni scogli importanti.

Con la gratuità decadrebbe del tutto l’associazione al mercato e ai suoi meccanismi non idonei a regolare la produzione di vita umana.
La gpa gratuita creerebbe un legame tra le parti che potrebbe anche includere movimenti di denaro, per esempio rimborsi relativi alle spese mediche necessarie, ma all’interno di un orizzonte progettuale a lungo termine.
Il bambino avrebbe a disposizione la figura materna in caso di un eventuale bisogno che non possiamo escludere a priori.

Potrebbero svilupparsi forme di maternità diverse da quella unica e dominante. La famiglia potrebbe aprirsi ancora di più, diventare un nucleo sociale a più membri adulti con nuove e diffuse forme di Cura…………

Uno scenario del genere soddisferebbe la condizione che per la maggioranza, per quello che ho avuto modo di osservare, è attualmente imprescindibile: la necessità che il/la bambino/a delle coppie gay possa disporre del rapporto con la madre.
E getterebbe forse le basi per sciogliere il nodo gpa/stepchild adoption, operazione culturale al momento fondamentale se desideriamo raggiungere una situazione di pieno diritto per tutte le famiglie del nostro paese.

Alcuni contributi di altre donne alla riflessione in corso

Mentre la prostituzione riguarda tutti i generi, la maternità surrogata è una nuova fase di chiaro sfruttamento della donna che anche se si sottopone volontariamente al trattamento e non lo fa in nome di un bisogno stringente lo fa, comunque, per rispondere a standard di benessere economico che di autodeterminante hanno ben poco. LORETTA
C’è una parte del mondo dove le donne devono avere maggior diritto di decidere e un’altra parte del mondo dove gli uomini devono imparare a crescere. ROBERTA
Concepire una genitorialità che passa per un acquisto/affitto (già questi termini dovrebbero portarci a riflettere) di un corpo di un’altra donna sul mercato reca con sé sicuramente qualche aspetto distorto. La genitorialità è in evoluzione, ma non dobbiamo tornare indietro sul rispetto dei diritti umani fondamentali, compreso il ripudio di ogni ipotesi di sopraffazione, sfruttamento e schiavitù. SIMONA
Mi sembra che il mercato si attui al di fuori e spesso in contrasto con l’etica, perché persegue esclusivamente il massimo profitto che assai spesso non è conciliabile con l’etica. Si può dire che chi è nel mercato e cerca di operare eticamente, di fatto non rispetta le regole del mercato libero. SILVIA
Per me molte delle questioni sono ancora aperte. E nemmeno considero possibile fare da soli. CRISTIANA
La genitorialità omosessuale è sicuramente un’opportunità per scardinare schemi rigidi e troppo improntati alla gestione tutta al femminile della famiglia. ARIANNA
Le opposte posizioni che si stanno manifestando sulla maternità surrogata dovrebbero convergere su un punto: che non rappresenti lo sfruttamento di donne in grave stato di indigenza, per le quali è davvero impossibile pensare ad una libera autodeterminazione. Il fenomeno della maternità surrogata almeno su questo tema andrebbe certamente regolamentato. La mancanza di leggi chiare  – specie in alcuni paesi che sono la destinazione di questo “turismo riproduttivo” –  lede soprattutto i diritti della madre biologica e dei bambini e bambine nati con questa modalità. E’ secondo noi di importanza fondamentale agire sulle cause  – prevalentemente la povertà – che rendono l’affitto del proprio utero una strategia per la sopravvivenza di numerose donne, soprattutto nel Sud del mondo. LADYNOMICS
Ho accettato di fare la fecondazione eterologa in un paese dove sapevo che le donatrici venivano pagate. La questione mi tocca profondamente e non ho mai smesso di pensarci. Penso che la donazione può rimanere tale solo se questioni economiche non la toccano, altrimenti è mercificazione, che vuol dire sfruttare la condizione (temporanea o permanente) di bisogno delle persone per dirigerne i comportamenti verso scelte che assecondano gli interessi di terzi, più che delle parti che sono direttamente coinvolte nello scambio. CARMEN

#PorteOuverte

#PorteOuverte

Parigi è una città che t’inviata a manifestare la tua identità, che ti dice avanti, c’è spazio per te, fai un passo.

Ho vissuto nel quartiere cinese di Port d’Ivry sulla linea rosa, vicino al centro commerciale Massena. Preparavo la tesi tra la biblioteca Francois Mitterand con le sue sedie di legno massiccio e la biblioteca del Centre Pompidou, con la collezione d’arte moderna al piano di sotto, da visitare (gratis) durante la pausa. Ho frequentato la vecchia Cinémathèque, sotto la Tour Eiffel.

Oggi quando ho visto cosa è successo mi è venuto male alla gola. Quello che non riesco a dire, e che non trovo alla radio e nei titoli dei giornali, è che mi sento la città, la vittima e il carnefice.

La città, tra tutte lei nel mondo, è mia madre. Genera e accoglie la moltitudine, e per questo è maestosa. C’è un quartiere per tutti a Parigi, un posto in cui capiti e dici ecco io vorrei vivere proprio qua, a Belville.

Sono la vittima,  mi hanno colpita nel nutrimento, nella musica, nella parola come luogo d’incontro con l’altro.

Sono il carnefice, per (soprav)vivere scelgo di dimenticarmi di mio fratello, di relegarlo in quella zona lontana del pensiero dove lui può morire di fame, di esclusione, di botte, di guerra, di diarrea, di ebola, di tortura, di carcere, di stupro, di annegamento a cento metri dalla costa.

A Parigi questa notte #PorteOuverte. Le persone che si trovavano in stato d’emergenza, per strada, durante gli attentati hanno ricevuto rifugio nelle case e negli esercizi commerciali.

Scardinarla questa gabbia disumana. Porte Ouverte.

antoine