1 200 000 colpi

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L’appuntamento telefonico per l’intervista con Lorella Zanardo è per la mattina del 23 Novembre, un mese dopo la pubblicazione del post che ha attirato la mia attenzione. Sulla pagina fb de Il Corpo delle Donne il 23 ottobre esce un trafiletto che parla di donne, malattia e lavoro di Cura. Ne seguo l’andamento, la diffusione è molto buona, già il 24 Ottobre le condivisioni sono più di 300 e 200 000 è il numero delle letture. Si tratta di una storia semplice, drammatica e comune: una donna apprende dal suo medico di doversi organizzare perché presto, a causa di una malattia degenerativa, non sarà più autonoma. La donna di mezza età, che si occupa di suo padre ormai anziano, dei figli non ancora autonomi e del cane, incassa la notizia e, senza il lusso di fermarsi a metabolizzare, già pensa a come impostare le consegne per tutti. A se stessa penserà dopo. Il post conclude così “Il rapporto Censis racconta di un welfare sulle spalle delle donne italiane, che si fanno carico di tutto ciò che lo Stato non è in grado di garantire. De Rita parla di vero e proprio burnt-out delle donne, esaurimento totale.(…)Della solitudine delle donne mature, del loro carico di lavoro, del loro essere lasciate sole quando sono loro ad ammalarsi, non si parla.Voi raccontatemi. Io ne parlerò parecchio prossimamente”.

Bastano poche parole per aprire un dialogo diretto con una vasta platea di persone sul tema difficile e fondamentale del lavoro di Cura. L’attenzione ai diritti delle donne è il filtro per esplorare il contesto: welfare assente, sfruttamento “di Stato” del lavoro di Cura, mancato riconoscimento…. L’ efficacia dell’operazione in termini di diffusione del tema impressiona.

Il riconoscimento e l’integrazione del lavoro di cura, secondo me, sono necessari in tutti gli ambiti del vissuto perché tutti, in quanto esseri umani, agiamo la cura verso noi stessi e verso gli altri. Nel 2015 questo dovrebbe essere finalmente riconosciuto e valorizzato attraverso un reddito di base. Inizierebbe così la transizione verso un’economia circolare, in cui il lavoro è un mezzo per produrre bene comune e non profitto e la ricchezza verrebbe redistribuita.

Spesso mi chiedo come fare per condividere, oltre al mio entourage di un centinaio d’anime, questo tema complesso, legato a filo doppio al tabù della generatività femminile e impregnato di “pretese” politico/economiche.

Adesso posso chiederlo a Lorella che, non necessariamente condividendo tutte queste declinazioni della Cura, è riuscita a veicolare con potenza l’argomento.
Il documentario “Il Corpo delle donne” è stato visto da dieci milioni di persone, mi chiedo che cambiamento epocale potrebbe esserci se arrivassimo a questa capillarità con il racconto dell’espansione della Cura femminile nel mondo….

Quando la chiamo al telefono sono le 8,45 di mattina. La voce è rilassata e le risposte sono limpide, da subito.

MP: Come va ultimamente? Ho visto che riceve molte richieste per una nuova mobilitazione… Ho visto anche che ha scritto di SNOQ e della delusione per gli esiti nulli di quella bella esperienza …

LORELLA ZANARDO: C’era un movimento molto interessante, variegato e potente. Un movimento che ha portato in piazza un milione di donne unite contro la decadenza del loro paese. Questo movimento è stato silenziato, scambiato in cambio di posizioni e potere..

MP: Posso scrivere che è stato scambiato?

LZ: Scambiato non è la parola giusta… SNOQ ha quasi interrotto la sua attività dopo le elezioni: molte donne del movimento ora sono nelle fila dei partiti (non solo Pd) e non hanno più coltivato quel formidabile bacino di un milione di donne che sarebbero state pronte ad attuare il cambiamento che da tanto attendiamo in Italia… Ma la cosa più triste è che non credo che questo sia avvenuto a seguito di una richiesta da parte dei partiti… E’ come se fosse subentrata una “pigrizia”, una distanza inerte tra le donne delle posizioni apicali e quelle della base che ha bloccato tutto. Penso che se ci mettessimo ad analizzare le cause di questo epilogo troveremmo un po’ di tutto: rapporti problematici tra donne e donne e tra donne e potere, sottomissione quasi “genetica” al patriarcato cha in Italia si insinua muta anche la dove non te lo aspetti, ma soprattutto non si è creduto abbastanza in quegli ideali che ci hanno animate.

MP: Avevamo avuto la sensazione che la vicinanza ai partiti fosse “pericolosa”….

LZ: Sei della Rivoluzione Gentile, le donne pugliesi… Ricordo dell’appoggio a Vendola ma nient’altro successivamente….

MP: La Rivoluzione Gentile è poi diventa associazione nazionale, con presenze in varie regioni e attività primaria a Roma. Senza accordi con nessuna sigla politica. Non ci finanzia nessuno, e infatti abbiamo pochissimi soldi e riusciamo a produrre poco.

LZ: Farsi finanziare o anche raggiungere delle posizioni apicali retribuite bene non è sbagliato. Diventa sbagliato se questi soldi annullano l’attività che stai portando avanti. Non biasimo chi ha accettato posizioni istituzionali… Solo, bisognerebbe mettersi al servizio della causa una volta che si hanno i mezzi per farlo…Negli altri paesi questa si chiama attività di lobby, qui siamo lontane anni luce. Tutte queste donne di governo sorridenti, accondiscendenti… sono inquietanti.

MP: Il potere, i ruoli apicali… il patriarcato è anche qualcosa che abbiamo dentro, che porta a resistere al cambiamento…. Invece, è molto verso il cambiamento la sua attività di sensibilizzazione sul lavoro di Cura… Mi dice come è nata l’idea di affrontare il tema?

LZ: Chi mi conosce sa che questi argomenti mi stanno molto a cuore, soprattutto perché riguardano da vicino una categoria considerata reietta: le donne anziane. Dallo studio europeo “Donne e Media” risulta che le donne non più giovani vengono rappresentate in TV solo nel 4% dei casi, e quando vengono rappresentate sono in disgrazia. Soprattutto in un paese come il nostro, in cui il 98,7 % della popolazione guarda la televisione, se non vieni rappresentato non esisti. Queste donne che si sobbarcano con fatica tutto sulle loro spalle non esistono. Sai quante letture ha avuto il post “Caregiver”? Prova a dire un numero…

MP: Subito dopo la pubblicazione, erano 200 000 letture. Ora quante sono?

LZ: il post è stato letto da 1 200 000 persone, in maggioranza donne. Questo numero è gigantesco, supera la diffusione di qualsiasi articolo di giornale e se fossimo in un paese in cui c’è interesse per la necessità delle persone, qualcuno del governo se ne sarebbe almeno accorto e avrebbe dato un qualche seguito alla cosa, invece: il silenzio.

MP: E’ incredibile. Come ha fatto a far arrivare un tema così difficile a tutte queste persone?

LZ: Uso lo storytelling, associo i temi alle storie. In rete se racconti una storia, le persone s’immedesimano, leggono perché si sentono rappresentate. Un saggio invece non legge nessuno. Te lo posso dire con certezza perché l’ho sperimentato. Quando scrivi devi cercare il contatto con l’altro e poi praticarlo nei luoghi reali, questo contatto.

MP: E chi sono le persone che hanno letto? Me le descrive in base a dati e incontri reali?

LZ: In maggioranza sono donne di mezza età, poi ci sono le donne giovani e poi anche gli uomini giovani.

MP: E come si pongono rispetto al tema?

LZ: Le donne di mezz’età sono rassegnate, per loro è normale che la Cura non sia riconosciuta, si sentono predestinate a questa situazione. Se ci potesse essere un modo per cambiare, se qualcuno potesse trovarlo, certo sarebbe un miracolo, una liberazione. Ma la realtà per loro è di accettazione e di fatica quotidiana per andare avanti. Le donne giovani, che spesso si occupano di genitori infermi, hanno lo stessa idea di predestinazione al ruolo ma in più hanno una rabbia smisurata per il fatto di subirne le conseguenze. Gli uomini, soprattutto giovani, pensano anche loro che la Cura sia il destino della donna e vengono confermati in questa credenza sia dalle loro esperienze personali, sia da quello che gli arriva dall’esterno.

MP: Un quadro generale abbastanza difficile, ma è stato intercettato il bisogno…

LZ: Guarda, io sono sul territorio, agli incontri nei teatri, nelle scuole… La situazione è disastrosa, c’è un alto tasso di analfabetismo di ritorno, parlare di diritti delle donne, quelli basilari intendo, come l’aborto e il rifiuto della violenza, è qualcosa di molto impegnativo. I bisogni sono molteplici, c’è tantissimo da fare, ma bisogna uscire dai circoli, dalle elite culturali e andare incontro alle persone . Basta al femminismo come esercizio intellettuale. Io faccio un umile femminismo porta a porta e funziona. Perché le ragazzine nelle scuole, che mi chiedono sgranando gli occhi se sono femminista, hanno paura di avvicinarsi ma allo stesso tempo ne sentono il bisogno, sono alla disperata ricerca di un modello che non trovano da nessuna parte. La gente guarda la tv generalista, Rai, Mediast e stop. Gli altri canali hanno uno share irrilevante. E questa la realtà con cui bisogna confrontarsi.

MP: Quindi la tv è il punto di partenza per capire in che modo diffondere i temi dell’emancipazione?

LZ: Certo, o andiamo a parlare direttamente in tv, ma questo non è possibile, oppure della tv devi conoscere il linguaggio, i contenuti e avere l’umiltà di muoverti partendo da quelli. Guardare la tv è un diritto. Al nord ci sono due tv a famiglia, al centro sud, anche una a stanza. Se hai rispetto per le persone con cui vuoi entrare in contatto devi partire da loro, dal loro modo di esprimersi, dalle modalità d’interazione a cui sono abituati. Solo così hai speranza. Ed è per questo che l’educazione all’immagine e ai media riveste un ruolo così fondamentale per me. Io non sono una fan della televisione, avrei tante altre cose belle da fare … Anche a me piace il Cinema, amo Dreyer, come sa raccontare le donne, vorrei scriverne prima o poi, anzi avevo iniziato a farlo e poi mi sono resa conto, con onestà intellettuale, che non era il momento, che dovevo continuare il mio lavoro…

MP: Perché cosa è successo?

LZ: Ad un incontro in una grande azienda milanese, una ragazza, con laurea e master a pieni voti, mi ha detto che non sapeva che in Italia fosse possibile abortire e che aveva sempre pensato che se le fosse capitato avrebbe dovuto andare all’estero. Capisci? Il livello è questo. Ho messo da parte Dreyer per il momento.

MP: Capisco. Le faccio un ultima domanda. Secondo lei il riconoscimento del lavoro di Cura potrebbe essere un tema importante su cui unirsi per produrre cambiamento anche sociale, nel lavoro, nell’economia? Il femminismo deve contribuire a cambiare il paradigma di base adesso?

LZ: Si il femminismo deve e può cambiare il modello di base della società. Quel milione di donne non sono sparite nel nulla. Il discorso sul riconoscimento del lavoro di Cura è interessante, avevamo anche scritto qualcosa di bello a riguardo, Primum Vivere era il titolo, il manifesto della Libreria delle Donne di Milano, magari dagli un’occhiata…Però ripeto, non cedere alla tentazione, che ha isolato il femminismo storico, di soddisfare l’intelletto… Perché questo allontana dai risultati concreti… Il cambiamento si fa con l’apertura non solo della testa, ma del cuore, della pancia, agli altri e alle altre, tutti e tutte… A proposito di femminismo storico … Era tua l’intervista alla prof. Cantarella, giusto?

MP: Si, perché?

LZ: La prof. Cantarella è magnifica, mia figlia studia storia sui libri scritti da lei, con un riquadro dedicato alle donne per ogni capitolo… La conosco e ha la mia stima, ma non sono d’accordo su una cosa… Lei dice che il femminismo è entrato in crisi perché non c’è stata trasmissione, associando la trasmissione alla maternità. Solo che la trasmissione del femminismo come via per l’emancipazione non avviene pensando al proprio ruolo di madre, ai propri figli… Avviene perché si crede nel patto intergenerazionale, si ha a cuore tutta la generazione successiva. Una prospettiva molto diversa…

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Nefeli Sarri

Nefeli Sarri

Nefeli Sarri nasce ad Atene dove rimane fino alla fine delle superiori e si sposta in Italia, prima a Ferrara per studiare architettura e successivamente a Roma e Milano, per studiare Cinema alla Nuct e allo Ied.  Durante gli studi realizza “Silvia è tornata” e “Meno scrupoli” due corti di finzione in cui esplora il suo terreno d’elezione: le relazioni, l’identità, la necessità di andare oltre la sovrastruttura di finzione che permea la realtà, il neorealismo delle emozioni. In “Silvia è tornata” registra la vita di un piccolo nucleo affettivo a tre, due donne e un uomo, infranto e ricomposto dal ritorno momentaneo della protagonista, sparita per quattro anni. I personaggi vivono sospesi tra gli interni domestici e un altrove invisibile ma tangibile, questo è un tratto caratterizzante del cinema di Nefeli. Dove Silvia sia stata, cosa abbia fatto, se siano stati quattro anni bellissimi oppure mostruosi non lo sa lo spettatore  e non lo sanno i personaggi, con cui condividiamo attrazione e repulsione verso una libertà dolorosa, vasta e a tratti immorale. In “Meno scrupoli” incontriamo la storia di una donna nel momento in cui accetta di girare un film pornografico per guadagnare il denaro di cui ha bisogno. La donna ha una figlia piccola che non si vede mai e un’amica al suo fianco. Sul divano, davanti alla televisione accesa, avviene la lotta tra la necessità e la libertà. La morale compare fuori casa, negli sguardi dei passanti alla fermata dell’autobus, nel tono di voce del regista al provino. Nel documentario “Passo a due” del collettivo LaFilma,  a cui Nefeli collabora come sceneggiatrice, incontriamo Gloria e Olivia, due identità “compiute”, due donne anziane che sono state compagne di vita per più di quarant’anni. Qui l’altrove è fisico e temporale, siamo in casa con loro e al funerale di Pinelli a Milano, ad Amburgo, in Turchia con una donna e il suo cesto di melograni… Le emozioni si sono stratificate, hanno trovato il loro posto, tutto è organico, la narrazione è dolce. Poi c’è “Incinta” (di cui parlo qui) che  amplifica questa dolcezza  e inasprisce la percezione dell’altrove. Incinta è un piccolo miracolo di condivisione di pensieri, desideri e sensazioni di una madre in attesa. Il corpo come luogo della storia, la capacità di esporsi come punto di partenza, e di arrivo. I prossimi lavori sono “Due madri” lungo di finzione e “Dietro il muro”, documentario sull’artista greco Dimitris Papaioannou. Il percorso mi sembra sia d’indagine artistica, rigorosa , sulla liberazione dell’identità e la conseguente necessaria riprogettazione del reale.

photo NEFELI SARRI

 

stereotipi sottili

stereotipi sottili

Alla presentazione del manuale “Tutt’altro GENERE di informazione” dello scorso 10 Novembre alla Casa delle Donne di Milano ho  appreso dell’evoluzione degli stereotipi di genere nell’epoca del politically correct e scoperto una professione affascinante.

Il manuale nasce dalla ricerca che l’ODG ha commissionato all’Osservatorio di Pavia sugli stereotipi femminili nei tg televisivi e sulla carta stampata (internet no), ed è stato redatto per segnalare agli stessi operatori del settore le mancanze e le possibili buone pratiche per un maggiore equilibrio nella rappresentazione del genere nell’informazione.

Chi ha realizzato la ricerca è Monia Azzalini, un’analista media che lavora sui contenuti soprattutto televisivi, in relazione all’equa rappresentazione delle diverse entità politiche per il monitoraggio Agcom, e alla parità di genere. Ed è questa la professione che mi ha affascinato. Monia analizza i contenuti  televisivi da diversi anni e solo in tempi più recenti ha potuto instaurare una buona collaborazione con i professionisti del settore. Prima la sua attività di garanzia veniva percepita come controllo e quindi accettata con molta fatica. Ora non solo è diventata normale presso i colleghi giornalisti, ma si è anche “estesa” alla popolazione civile:  sono nate per esempio molte associazioni che si occupano di segnalare la pubblicità sessissita e in generale c’è più attenzione alla rappresentazione del corpo della donna da parte dei media. Grazie alla forte sensibilizzazione dell’opinione pubblica ottenuta dal documentario di Lorella Zanardo, si sono moltiplicate le segnalazioni in rete anche dei/lle singoli cittadini/e rispetto alle immagini e agli atteggiamenti inappropriati.

Sembrerebbe quindi che i presupposti siano buoni e in effetti l’avanzamento rispetto a soli dieci anni fa è significativo ma è avanzata, facendosi meno chiassosa e grossolana, la forma dello stereotipo.

Sono diminuiti i nudi e le allusioni sessuali alla donna oggetto e sono aumentati gli occultamenti della rilevanza femminile.

Nei tg, quando si sceglie di intervistare l'”esperto”, solo (al massimo) nel 18% dei casi si sceglie una donna. Professori, medici, economisti, avvocati, e pareri autorevoli in generale sono appannaggio maschile per il restante 82% dei casi.

Le donne sono intervistate per i pareri generici “popolari” o come casalinghe, con il conseguente effetto nell’immaginario collettivo.

Il tg in cui questo meccanismo è più consolidato  è quello di La7.

Sui giornali le donne vengono occultate attraverso la lingua italiana: risultano avvocati, magistrati, direttori, segretari, salvo poi eventualmente consentire la corrispondenza del titolo maschile alla fotografia di donna nell’articolo attraverso la didascalia.

A volte però  sono le stesse donne a  confermare l’asimmetria semantica desiderando il titolo maschile. Susanna Camusso per esempio vuole che si dica segretario generale e non segretaria generale della C. G. I.L.

Oppure, e questa è una declinazione interessante, l’occultamento avviene per diminuzione descrittiva del ruolo femminile in questione. Esempio, da La Stampa “I membri della commissione – la francese Catherine Bonnet, l’irlandese Marie Collins, l’inglese Sheila Barones Hollins, il cardinale Sean Patrick O’ Malley….” La differenza di trattamento tra le donne, indicate con la semplice nazionalità, e l’uomo, designato attraverso la carica, è evidente.

I quotidiani in cui succede più spesso sono La Stampa e Il Fatto Quotidiano.

Le giornaliste G.I.U.L.I.A stanno raccogliendo i soldi per un altro manuale: vogliono stampare una guida con i nomi di 100 esperte donne da chiamare in causa per i pareri autorevoli e distribuirlo nelle redazioni. Nell’era di internet, quando basterebbe un po’ di buona volontà e qualche (veloce) ricerca in più per ovviare all’imbarazzo delle percentuali. Eppure nel dubbio si propende per il nome più autorevole, quello (maschile) utilizzato in precedenza. Quindi per non avere scuse, è in cantiere la guida coi nomi (di sole donne) giusti, accreditati, divisi per settore e in ordine alfabetico. Un incoraggiamento amorevole e senza scampo che magari funziona.

 

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adattamento

adattamento

L’adattamento in Viniyoga è l’esecuzione parziale o facilitata di una posizione (asana), da preferire alla posizione “completa” se le proprie necessità lo richiedono. Non serve arrivare tutti allo stesso risultato, serve che ognuno accetti la propria condizione di partenza e ci lavori profondamente e amorevolmente, attraverso l’attenzione e il respiro. L’attenzione è l’ascolto del corpo e delle sue percezioni, il respiro è la connessione sottile con l’energia dentro e fuori di noi. L’ascolto del corpo e del respiro porta in un tempo presente diverso da quello abituale, più dilatato, più vuoto, più funzionale al cambiamento. Scegliere di eseguire la pratica adattata presuppone la flessibilità mentale e l’umiltà di riconoscere il bisogno di un punto di partenza facilitato, che consenta l’ esercizio del corpo e dello spirito senza il richiamo costante di un fastidio o di una fatica eccessiva. Accettando i propri limiti diventa possibile migliorarli.lovepeaceyoga

 

#PorteOuverte

#PorteOuverte

Parigi è una città che t’inviata a manifestare la tua identità, che ti dice avanti, c’è spazio per te, fai un passo.

Ho vissuto nel quartiere cinese di Port d’Ivry sulla linea rosa, vicino al centro commerciale Massena. Preparavo la tesi tra la biblioteca Francois Mitterand con le sue sedie di legno massiccio e la biblioteca del Centre Pompidou, con la collezione d’arte moderna al piano di sotto, da visitare (gratis) durante la pausa. Ho frequentato la vecchia Cinémathèque, sotto la Tour Eiffel.

Oggi quando ho visto cosa è successo mi è venuto male alla gola. Quello che non riesco a dire, e che non trovo alla radio e nei titoli dei giornali, è che mi sento la città, la vittima e il carnefice.

La città, tra tutte lei nel mondo, è mia madre. Genera e accoglie la moltitudine, e per questo è maestosa. C’è un quartiere per tutti a Parigi, un posto in cui capiti e dici ecco io vorrei vivere proprio qua, a Belville.

Sono la vittima,  mi hanno colpita nel nutrimento, nella musica, nella parola come luogo d’incontro con l’altro.

Sono il carnefice, per (soprav)vivere scelgo di dimenticarmi di mio fratello, di relegarlo in quella zona lontana del pensiero dove lui può morire di fame, di esclusione, di botte, di guerra, di diarrea, di ebola, di tortura, di carcere, di stupro, di annegamento a cento metri dalla costa.

A Parigi questa notte #PorteOuverte. Le persone che si trovavano in stato d’emergenza, per strada, durante gli attentati hanno ricevuto rifugio nelle case e negli esercizi commerciali.

Scardinarla questa gabbia disumana. Porte Ouverte.

antoine

focolari del dissenso

focolari del dissenso

Questa settimana ho incontrato due film, molte donne e un festival intorno al tavolo, sempre più solido e necessario, del tabù della maternità.

Il Festival Internazionale Cinema e Donne di Firenze ha dedicato una riflessione e un momento di vita aggregativa all’esplorazione delle condizioni di donna madre e di donna senza figli, due opzioni femminili tutt’altro che definite e delimitate. E’ stato bello percepire un’unità di partenza nell’affrontare il tema della generatività perché, soprattutto nell’ultimo annetto, avevo l’impressione che si fosse arrivate quasi ad un dualismo mediatico nel racconto delle due condizioni. E invece ho ritrovato nell’approccio narrativo di questo trentaseiesimo festival equilibrio e consapevolezza sia sulla compenetrazione delle due condizioni sia sull’attuale problematicità di entrambe.

I due film scelti per raccontare le condizioni opposte e complementari rispetto al tema della generatività sono opposti e complementari anche visivamente, tanto che avrei molta curiosità di conoscere piccoli dettagli su come sono arrivati al festival e come si è deciso di proporli insieme.

Sbagliate” di Elisabetta Pandimiglio e Daria Menozzi è un documentario narrativo che registra intorno a una tavola apparecchiata, sul divano o in un salone di bellezza i racconti di Cristina, Ivana, Carla, Valeria e le altre sulla scelta/eventualità/accadimento/necessità/condizione di una vita senza figli. Le storie sono tutte diverse e tutte possibili, chi guarda si frammenta e si ritrova in tutti i volti, in tutti i ricordi, Ci sono liberazioni ancora in corso, madri che hanno lasciato il segno, lavori amati, compagni in fuga, momenti sbagliati, altri desideri. Le esterne della stazione dei treni  sono l’unica risorsa d’ossigeno, il solo scorcio che  attraversa a intermittenza le narrazioni che si susseguono, una dopo l’altra, avanti e indietro nel tempo. Le stanze sono troppo piccole per reggere tutta la ricchezza e la diversità che ogni storia genera. L’etichetta “senza figli” segnala un parametro non soddisfatto, un obiettivo non raggiunto, operando silenziosamente  una violenta contraffazione della vita e della maternità stessa, nelle sue mille sfumature, nelle sue mille possibilità di manifestarsi. Mi viene in mente la mia professoressa di italiano del liceo, non aveva figli e per me è stata una madre.

E il patriarcato ti dice stai ferma, stai buona, che sei in debito per i figli che non ci hai dato.

Incinta” di Nefeli Sarri, con e su Cristina Colonetti racconta la gravidanza in sei atti, attraverso un mix di immagini tra teatro, fotografia, documentario d’introspezione e reality. il rumore del monitoraggio sempre accesso riporta in sala parto chi ci è stata. Il documentario vive in una dimensione estemporanea, si percepisce la disponibilità a mettersi in gioco,  ad accettare dei contenuti sconosciuti che fluiscono durante lo sviluppo e le riprese. La narrazione è come un’ancora ma il viaggio è in mare aperto. Nel film non c’è alcun accenno al futuro. Le immagini vivono in un presente continuo, verrebbe da chiedersi il perché….

Forse perché questo momento magico presagisce una tempesta. Forse perché dopo, cambierà un po’ tutto e l’etichetta donna “con figli” non sarà d’aiuto sul mercato del lavoro. La crisi, la mancanza di risorse, il welfare assente, è meglio prepararsi a qualche sacrificio….ridimensionare le pretese sul diritto ad una identità completa, iniziare a concentrarsi sulla sopravvivenza.

E il patriarcato ti dice stai ferma, stai buona, che sei in debito anche per i tuoi figli.

Nel 2015 resta forte e taciuto lo stigma della maternità che segna il percorso di ogni donna.

Tra qualche timidissimo accenno ad una rielaborazione culturale e sociale della maternità in, ci si augura, maternità/paternità (vedi congedo di paternità si, anche se in forte ritardo rispetto ad altri paesi) manca del tutto una visione integrata e circolare della generatività e della cura nel concreto della vita sociale e lavorativa del nostro paese.

La generatività e la cura è sempre quel qualcosa in più, da cui non puoi esimerti e che ti devi sbrigare da sola, nel rispetto di convenzioni sociali tanto rigide quanto impercettibili e “naturalizzate”.

Se i nuovi femminismi diffusi e multiformi si uniscono nella lotta per l’integrazione e il riconoscimento della generatività e del lavoro di cura nella vita sociale ed economica del nostro paese, possiamo rivoluzionare positivamente gli assetti della nostra società, ormai precari, e stimolare altri modelli di mercato più equi, con più giustizia sociale, più integrazione, più benessere.

Quello che mi auguro è che questa necessità venga riconosciuta e rivendicata dalle stesse donne che per ora ne subiscono in massa la censura.

Voci del femminismo storico dicono possa essere il momento buono. Io ci spero.

pregnant sbagliate