Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Dal 15 al 17 Aprile sarò  a Roma, al convegno dedicato alla Maternità – precaria e/o possibile?-  della Rete Nazionale delle Donne per la Rivoluzione Gentile a portare racconti di esperienze reali. Numerose, incredibili e quotidiane sono le storie delle donne che ho incontrato in questi cinque anni di approfondimenti su come  è e cosa significa essere e non essere madri nel nostro paese.

La maternità che il femminismo della rivoluzione culturale italiana non ha saputo e/o potuto affrontare è il nuovo confine personale e sociale dell’emancipazione femminile di tutte.

Studio, lavoro, crescita professionale e poi con la gioia delle prima gravidanza arriva anche lo stop inaspettato alla carriera, questa è solo una  delle varianti più comuni dello stigma della generatività che ci riguarda tutte, ed è l’esperienza che ho vissuto in prima persona, sentendomi catapultata in un’altra epoca. Ecco perché a distanza di anni –  tra tutte – è la vicenda di AnnaChiara che si laurea a pieni voti, fa le sue specializzazioni a Lipsia e Londra, rientra in Italia e vince un concorso statale per lavorare nei beni culturali, posto che deve poi lasciare a causa   di una gravidanza a rischio NON prevista dal contratto ministeriale Mibact (qui si apre una grossa parentesi sulla legittimità di un contratto così controverso, rimando a questo articolo  e ai correlati per un approfondimento) quella che mi ha fatto più riflettere e la prima che condividerò con chi ascolta .

“Tutto ha funzionato fino a che sono stata fisiologicamente simile a un uomo. Appena il mio corpo è cambiato per la  gravidanza e ho dovuto affrontare i limiti fisici di una situazione a rischio si è aperto un grande divario”.

AnnaChiara è in attesa (da Novembre 2015) di sapere se potrà essere reinserita e corre forse il rischio di dover restituire dei soldi al ministero per aver sforato il limite di malattia “concessa”… Poi c’è Silvia che si è licenziata per tentare di restare incinta e ora aspetta un maschietto. E Giovanna, commercialista professionista, che al rientro dalla maternità l’hanno piazzata a fare fotocopie. E Manuela, il marito e i due figli, tutti tornati a vivere coi nonni perché diversamente non si riesce coi lavoretti saltuari. E Alona, che sa russo, inglese e italiano ma ha più di trent’anni, una figlia piccola e questo la frega ai colloqui. E Francesca e Alessandra che hanno superato i 35 e hanno deciso di provarci lo stesso a diventare madri, nonostante un lavoro incerto e i conseguenti possibili guai in arrivo. E le infermiere di Padova  che vanno in maternità e mandano in crisi l’azienda …. Tutte queste donne hanno una cosa in comune: vogliono produrre cambiamento.

E, fortunatamente, possono ispirarsi a quei contesti evoluti in cui Maternità e Cura sono pietre angolari di nuovi modelli economici e aziendali dello sviluppo sostenibile a livello umano, quello basato sulla genitorialità sociale,  da cui davvero nessuno è escluso.

Perché in Italia inizia ad esserci anche questo tipo di eccellenza che desideriamo divulgare e accrescere.

rete donne

Voci

Voci

Ho visto Voci – uno spettacolo di Claudio Milani per bambini dai tre anni – con mia figlia di cinque anni, il pomeriggio della domenica del carnevale ambrosiano.
Il teatro era pieno di bambini dell’asilo travestiti, eccitati e vocianti. La scenografia era spoglia in maniera preoccupante: un gruppo di case di carta sulla destra e un palloncino rosso sulla sinistra. Quando è uscito l’attore, in pantaloni e t-shirt neri, ho pensato dispiacendomene che fosse un ingenuo. E invece.
Una fiaba in quattro episodi sulla bellezza spietata della vita e sulla forza dell’amore. Una principessa buona, una principessa cattiva, il bambino Pietro e altri personaggi animati da una sola voce in grado di ipnotizzare una platea difficile, abituata ad altro. Una voce che ha aperto la porta al racconto nell’immaginazione di ogni spettatore e, nel silenzio generale, ha trasformato gesti e parole semplici in immagini per ognuno diverse, interiori, con momenti di vera commozione e gioia.
Secondo mia figlia la principessa buona, anche se va in cielo, è più forte della principessa cattiva perché la sua voce rimane per sempre nel cuore di Pietro.
Una piccola grande lezione di coraggio e di fiducia nell’Arte arrivata inaspettata da uno spettacolo per bambini che spero possa essere applaudito ancora da tanti e tante.

voci

Diritto alle origini

Diritto alle origini

Di seguito il dialogo con la senatrice Rosa Maria Di Giorgi sulla proposta di emendamento alla legge sulle Unioni Civili relativa all’affido rafforzato.

MP: Come madre di 3 figli e donna che si è sempre occupata di politica, quanto le preme che passi la legge sulle Unioni Civili, soprattutto nell’ottica di una protezione  di tutti i figli già nati in coppie omosessuali, al momento non adeguatamente tutelati dal punto di vista legislativo?

RMDG: Sono assolutamente favorevole a che vengano riconosciute le Unioni Civili e i diritti per le coppie omosessuali. Ho sempre partecipato alle lotte per i diritti di tutti e di tutte e ho lavorato in questo senso sia al CNR che nella mia città, Firenze, dove – voglio ricordarlo – ho agevolato molti progetti legati all’educazione di genere, aprendo le porte delle scuole anche alle associazioni LGBT. Mi piacerebbe quindi avere l’opportunità, per quanto riguarda il mio lavoro e le mie proposte, di parlare di contenuti senza essere superficialmente etichettata e marginalizzata come “Catto-Dem”. Nello specifico, lei mi chiede dei diritti dei figli già nati e io aggiungo che mi premono anche i diritti dei figli che nasceranno in futuro, nelle coppie omosessuali. A partire da questa urgenza, ritenendo la stepchild adoption non pienamente tutelante nei confronti del bambino, ho lavorato con altri alla proposta dell’affido rafforzato. L’affido rafforzato, a differenza della stepchild, scoraggia la surrogacy e questo bisogna ammetterlo senza ipocrisie.

MP: Perché? Se è risaputo che a ricorrere alla surrogacy sono solo per il 15% le coppie omosessuali e il restante 85% è rappresentato da coppie etero?

RMDG: Certo è così, sono le coppie eterosessuali a usufruire, per la grande maggioranza, di questa pratica. Con altrettanta onestà intellettuale però dobbiamo ammettere che, ed è palese, nel caso di coppie omosessuali la surrogacy, se non scoraggiata, può diventare sistematica proprio perché si presta a sopperire alla mancata generatività che caratterizza il tipo di unione. La surrogacy è vietata in Italia. Un quadro legislativo serio che vuole regolamentare la genitorialità omosessuale può ignorarlo? E non si tratta di un approccio discriminatorio, il tanto criticato emendamento all’articolo 5 di Della Zuanna sulla punibilità penale per tutti quelli che arrivano dall’estero con un neonato omettendone i dati reali rispetto alla sua origine biologica riguarda, evidentemente, sia eterosessuali che omosessuali. Per inciso: non è vero che il bambino finirebbe in un istituto, resterebbe nel nucleo d’appartenenza come è logico e dovuto per sua maggiore tutela. Però chi omettesse di dire la verità su informazioni tanto importanti che riguardano il minore, stiamo parlando del diritto a conoscere le proprie origini, avrebbe da affrontarne le conseguenze.

MP: C’è chi dice che solo l’apertura delle adozioni alle coppie omosessuali può veramente scoraggiare la surrogacy. Lei cosa ne pensa?

RMDG: Io penso che le adozioni sono materia forse ancora più delicata delle Unioni Civili perché si tratta di minori che partono da una situazione di svantaggio. Dobbiamo quindi creare un dibattito separato e dedicato. Personalmente sono favorevole alle adozioni per i single. Sento anche molto forte la necessità di non creare confusione nella testa dei bambini tra generatività e genitorialità.
Possiamo, se lo vogliamo, crearle le condizioni per non lasciare spazio alla confusione che nell’ambito dello sviluppo dell’identità è causa di sofferenza certa.
Il primo imprescindibile passo è proteggere il diritto del bambino a conoscere le sue origini. Il bambino, quando sarà portato dall’età a farsi questa domanda, deve poterlo sapere per legge da chi è stato generato. L’affido rafforzato prevede proprio questo: la presenza sui documenti del bambino dei nominativi dei due genitori biologici e l’affido al genitore “culturale” e non generativo fino alla maggiore età. Sarà poi il bambino, una volta diventato adulto, a eleggere il genitore affidatario a genitore a tutti gli effetti acconsentendo all’adozione.

MP: Questo è un elemento inedito: l’idea di una famiglia che si compie per volontà del figlio e non del genitore, oltre la gerarchia dei ruoli. L’affido rafforzato è però meno tutelante in materia di asse ereditario rispetto alla stepchild nel caso di morte del genitore biologico. Cosa risponde a questa critica?

RMDG: Non è così, perché in caso di morte del genitore biologico prevediamo l’adozione immediata da parte del genitore affidatario.

MP: Secondo lei quanto è pronto il nostro paese alle Unioni Civili a alla genitorialità omosessuale?

RMDG: Sono due cose diverse. Sulle Unioni Civili mi pare che siamo all’81% e me ne dispiaccio perché dovremmo essere ormai al 99%. Sulla genitorialità omosessuale siamo al 20%, non si può dire che sia un tema condiviso dagli italiani.

MP: Si dice che quando si tratta di diritti bisogna andare oltre le percentuali, lei cosa risponde?

RMDG: Sono d’accordo e infatti sono per il riconoscimento della coppia omosessuale ma anche e soprattutto per la tutela dei minori. Deve ancora arrivare chi ragionevolmente mi possa spiegare come e perché non dovremmo tutelare il diritto dei minori alla conoscenza delle loro origini. Con l’affido rafforzato non si mette in dubbio che i bambini possano crescere amorevolmente all’interno di un nucleo omosessuale ma si vuole dare in più al bambino la cognizione e il riconoscimento della sua origine, un aspetto non da poco mi sembra.

MP: La sua concezione di famiglia come nucleo sociale, in linea con la realtà di tanti paesi europei, Francia e Germania soprattutto, dove la cogenitorialità e il nucleo a più membri adulti è una situazione abbastanza ricorrente, è invisa alle destre ma anche alla comunità LGBT. Perché?

RMDG: Sulle destre è chiaro che si tratta di qualcosa che ostinatamente e anacronisticamente si vuole non vedere. Tantissime sono le realtà in Italia di nuclei non tradizionali, in cui genitori e nuovi compagni ruotano attorno ai minori, i quali hanno ben presente chi siano i genitori biologici e gli adulti di riferimento. Quindi la famiglia è già configurata come nucleo sociale aperto. Sulla comunità LGBT mi pare, anche qui, ci sia qualcosa di reazionario. Altrimenti non riesco a spiegarmi perché proprio loro, per natura portati all’apertura a più di due membri adulti per rendere il nucleo generativo, ambiscano alla stessa configurazione della famiglia tradizionale.

MP: Cosa succede nei prossimi giorni?

RMDG: Non lo so, spero si arrivi almeno a parlarne in aula dell’affido rafforzato e questo lo dico perché credo, con altri colleghi, che sia un emendamento valido nei contenuti e di sintesi rispetto a molte e diverse visioni. Sarebbe un errore bloccarlo perché forse è la chiave per far passare la legge.

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La Salvezza del mondo

La Salvezza del mondo

Womenomics nel mondo e in Italia, analisi e proposte per l’attivazione della ripresa economica attraverso la parità di genere – La Salvezza del Mondo, di Paola Diana edito da Castelvecchi – parla molto di questo.

Dati statistici e rilevazioni internazionali commentati nel testo continuano a evidenziare la posizione di confine occupata dall’Italia nel contesto europeo, borderline tra l’area d’avanguardia e i paesi sull’orlo del fallimento che si classificano subito dopo di noi.

Gli indici relativi alla partecipazione femminile nella vita economica, quelli che rappresentano la ricchezza di ogni nazione e il grado di emancipazione e sicurezza nella vita delle donne sono messi in relazione tra di loro e collegati saldamente al tema del riconoscimento e della condivisione del lavoro di Cura.

Fino a che in Italia le donne saranno naturali depositarie e incaricate del lavoro di Cura, avranno tutte maggiori difficoltà a relazionarsi con il mondo del lavoro. Nel 2014 alle donne è andato solo il 48% dello stipendio medio degli uomini, questo riassume bene l’esclusione dal mercato, il guadagno inferiore a parità di mansione e i soffitti di cristallo.
Una condizione che se non cambia continuerà, sempre più, a inibire la scelta della maternità e a confermare il calo demografico. Ne approfitto per sottolineare, ancora una volta, come siano mistificanti e riduttive quelle narrazioni che suddividono le donne tra quelle che hanno scelto di essere madri e quelle che hanno scelto di non essere madri, tagliando fuori tutte quelle per cui la scelta non c’è stata e censurando un tema importante (ne parlo in maniera diversa qui, qui e qui).

Dopo un’analisi interessante dello scenario di genere, la proposta concreta di Paola Diana per l’Italia è il Bonus Care, ovvero una detraibilità fiscale progressiva fino all’80% per i redditi più bassi al fine di incentivare l’esternalizzazione del lavoro di Cura. Questo farebbe emergere il lavoro nero, creerebbe occupazione e spingerebbe il consumo, azzerando il costo della misura stessa. Inoltre si parla per esempio di una maternità più flessibile in cui la donna possa, nei limiti consentiti dalle sue condizione di salute, continuare a lavorare da casa con lo smart working, evitando lo stallo nella carriera e annullando il limite culturale, ancora molto presente nell’imprenditoria, della preferenza per il lavoratore maschio, in virtù del fatto che non usufruisce della maternità.

La salvezza del mondo passa quindi attraverso la condivisione con l’universo maschile della dimensione della Cura, non solo della prole e delle relazioni, come già accade nei paesi più evoluti. Proprio in quei contesti, di cui il paese emblematico è il Canada, un sistema economico sempre più orientato all’inclusione e alla circolarità, anziché al profitto e alla gerarchia, è la prossima tappa.

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Unlearning

Unlearning

Unlearning è un viaggio psicomagico di una famiglia “normale” nei mondi paralleli dell’autoproduzione, della transizione e della resistenza ecologica, realtà vicinissime che si muovono nei boschi appena fuori le nostre città.

Lucio, Anna e la piccola Gaia lasciano la loro casa di Genova per trascorrere sei mesi sperimentando altri stili di vita, fuori dai meccanismi consolidati della civiltà del consumo, senza soldi: sharing economy nella penisola.
Offrono il loro lavoro in cambio di ospitalità, viaggiano in autostop, dormono e mangiano insieme a persone sconosciute, contattate sul web, una tappa del viaggio dopo l’altra. Le immagini raccontano il bisogno di una ricerca autentica, aperta, fuori dall’ideologia, attraverso il punto di vista romantico e disincantato di Lucio. Anna gestisce: la situazione, la fattibilità, gli equilibri delle relazioni e del sostentamento. E Gaia è libera, ha quello sguardo di cui vorremmo la soggettiva continua.

E’ al tempo stesso un’esplorazione delle comunità resilienti che in base ai contesti da cui fuoriescono organizzano alternative, al sistema scolastico, all’ambiente urbano, al sistema produttivo, all’aggregazione sociale normocodificata, o anche a tutti questi aspetti insieme, e un documentario d’introspezione sul tema del cambiamento, di cui siamo arrivati a sentire l’urgenza sociale, oltre che individuale, riagganciandoci a quel ciclo storico che si era interrotto alla fine degli anni ’70. Bambini bellissimi che crescono nudi nei boschi e adulti a tratti affaticati dall’esilio volontario cercano insieme una strada nuova, per vivere nell’innocenza.

Il film è speciale perché lascia percepire, soprattutto attraverso Gaia e i suoi coetanei, i momenti in cui questa aspirazione diventa, ad un livello diverso, un’altra soglia da superare, se non un vincolo.

Anche in questo senso, Unlearning è un invito gentile alla disobbedienza.

Il film è ospite delle sale di tutta Italia, per vederlo trova la proiezione più vicina sul profilo Unlearnign FB.

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A Padova il problema non sono le cicogne

A Padova il problema non sono le cicogne

Nei giorni scorsi molti giornali hanno raccontato la favola breve delle 130 cicogne in arrivo all’Ospedale di Padova. Crisi aziendale, agitazioni sindacali e ricorso al prefetto, ecco cosa succede a restare incinte in così tante e tutte insieme (qui, qui, e qui  qualche esempio di come è stata data la notizia).
E in fin dei conti questa storia sembra perfetta per il nostro paese, in cui la condizione implicitamente subalterna di madre e/o donna è uno dei chiari indici della mancata democrazia.
Nell’azienda ospedaliera di Padova, su 5500 dipendenti il 72% sono donne.
Questo significa che le 130 maternità di quest’anno non fanno eccezione rispetto a quelle degli anni scorsi e rientrano perfettamente nella media dei 120/135 casi.
Le maternità diventano un problema nel momento in cui la Regione Veneto non ne autorizza la sostituzione, creando delle carenze in organico, fino a dentro la sala operatoria.
Le mancate sostituzioni non sono però un trattamento riservato ai casi di maternità.
Non vengono adeguatamente rimpiazzati neanche i 60 casi annuali di malattie lunghe oltre i 60 giorni, e nemmeno i 400 prescritti quelli cioè che, a causa di patologie muscolo scheletriche, lavorano in modo limitato.
Si arriva così a cercare di rimanere operativi nell’assenza quotidiana di 200 risorse, quando il numero di persone alla ricerca di lavoro in questo momento è altissimo.
Nel reparto di cardiochirurgia i trapianti li fanno di notte, una notte si e una no, perché di giorno devono fare le operazione ordinarie.
“Questa succede quando per ripianare i bilanci delle ULS (unità locali sociosanitarie) si taglia sul personale e sui servizi.
Non è la maternità il problema ma l’emergenza cronica in cui versiamo da anni. Così non siamo in grado di garantire il servizio sanitario ai cittadini e al territorio, è questo il motivo dell’agitazione. Ho ricevuto molte chiamate dalle colleghe, mi chiedevano perché i giornali raccontassero la situazione enfatizzando sui casi di maternità. Non conosco i motivi ma mi è sembrato becero”, Giancarlo Go, delegato CGIL.

ospedale padova

 

una Casa di bambola

una Casa di bambola

C’è solo un velo sottilissimo tra il piccolo mondo antico di Ibsen e il nostro, centotrentasette anni dopo. Le buone maniere dai toni pastello ancora tengono in catene le nostre identità femminili e maschili e il nuovo enciclopedico galateo dell’omologazione non lascia nulla al caso, prevede e descrive ogni variante.

Marina Rocco è Nora, deliziosa prigioniera di un interno piccolo borghese ormai spoglio e gravato dai debiti. Con la gola cinguetta la parte della giovane padrona di casa in ascesa sociale e con il diaframma e il volto, a tratti pietrificato da una disperazione non autorizzata, sabota la messa in scena intollerabilmente manierista di Andrée Ruth Shammah che obbliga il pubblico a confrontarsi con analogie indesiderate.
Marina Rocco interpreta la finzione coatta e la lotta durissima per svincolarsene. Resiste confinata tra impeti e parole infantili fino a traghettare il suo personaggio alla lucida liberazione del finale, in una sobria e violenta fatica che rende la sua interpretazione un’ esperienza di emancipazione.

Filippo Timi interpreta il patriarcato e si destreggia, domando la sua potenza istrionica, tra ego/Torwald, alterego/Krogstad e alias/Dottor Rank, riservando solo a quest’ultimo personaggio debole e malato la struggente consapevolezza del ruolo di pedina. Il patriarcato come l’acqua per i pesci, questa è l’interpretazione di Timi a cui va il merito, notevole e sottile, di non essersi comportato da padrone di casa.

Andrea Soffiantini con la sua interpretazione della vecchia balia, e Mariella Valentini nei panni dela signora Linde, offrono al pubblico la rassicurante sfaccettatura della repressione “a fin di bene” di Nora, di cui questo debutto di Una Casa di Bambola nel teatro della provincia italiana del 2016 è il manifesto.

cdb