Inquinamento e bambini

Inquinamento e bambini

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Il dottor Giacomo Toffol è medico chirurgo specializzato in pediatria e referente per l’ambiente dell’Associazione Culturale Pediatri, l’unica in Italia che si auto impone, per regolamento interno, di non intrattenere rapporti con qualsivoglia azienda a scopo di lucro. Oltre a svolgere la professione di pediatra è attivo nella divulgazione delle tematiche relative all’inquinamento e su questo argomento ha risposto a qualche domanda dedicata in particolare ai bambini e a cosa fare in concreto per una loro maggiore tutela.

M.P: Il libro “Inquinamento e salute del bambino: cosa c’è da sapere, cosa c’è da fare” che ha scritto con la dottoressa Laura Todesco e con la dottoressa Laura Reali (seconda ristampa) lo avete scritto per divulgare la tematica tra colleghi e genitori. Tra i diversi tipi di inquinamento quale le sembra ad ora il meno conosciuto e il più sottovalutato?

Giacomo Toffol: Se tutti riconosciamo nell’inquinamento atmosferico Il rischio più importante per la salute, è invece del tutto sottovalutato il peso che l’ inquinamento acustico ha sulla salute nostra e su quella dei bambini. Secondo l’O.M.S l’impatto dell’inquinamento acustico è secondo solo a quello dell’inquinamento atmosferico e può determinare nei bambini una diminuzione dell’udito – che spesso rimane inosservata fino all’adolescenza e oltre – una diminuzione delle capacità cognitive e, in caso di esposizione del bambino a inquinamento acustico durante le ore notturne, un aumento della pressione arteriosa. Per moltissimi anni l’aumento della pressione arteriosa è stato un escamotage del nostro corpo per farci reagire a situazioni di immediato pericolo, il leone che voleva azzannarci per esempio. Ora che le eventualità legate agli animali predatori sono drasticamente diminuite resta lo stesso tipo di meccanismo che però ci si ritorce contro producendo stress. Un bambino esposto sistematicamente a rumori durante la notte ha un aumento della pressione arteriosa nel sonno che potrà portarlo ad avere in futuro dei problemi all’apparato cardiocircolatorio.
Altro ambito molto trascurato è quello dei POP (Persistant Organic Pollutants, inquinanti organici persistenti) meglio conosciuti come “la sporca dozzina” e degli altri interferenti endocrini. I pop sono sostanze chimiche industriali – Pcb, Ddt, diossine (dibenzo-p-diossine), clordano, furani (dibenzo-p-furani), esaclorobenzene, aldrin, mirex, dieldrin, toxafene, endrin, eptaclor – di cui ora è vietata la commercializzazione ma che vengono comunque prodotte come sostanze di scarto nelle lavorazioni industriali e quindi immesse nell’ambiente per poi arrivare fino a noi. Inoltre esistono altri interferenti endocrini – e cioè sostanze che hanno la capacità di danneggiare il funzionamento del nostro sistema endocrino, creando per esempio problemi di sviluppo puberale, criptorchidismo, problemi tiroidei, oltre che patologie di natura cancerogena – che ad ora non sono nemmeno vietati.
In Veneto, nella zona tra Padova, Vicenza e Verona è in corso una vicenda disastrosa di cui poco si parla a livello nazionale ma che rende bene l’idea di quanto sia attuale e concreto il tema, e non solo nella Terra dei Fuochi. Nelle acque potabili è stata riscontrata la presenza di Pfas, sostanze perfluoroalchiliche riconosciute come interferenti endocrini correlati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. Sono state fatte analisi del sangue di monitoraggio alla popolazione e abbiamo bambini e adolescenti con valori PFAS “sopra la media”, 20/30 volte la soglia ritenuta idonea (n.d.r vedi video di richiesta aiuto mamme della pfas). In questa situazione di panico generalizzato è stato valutato come possibile opzione per i bambini anche un trattamento di plasmaferesi (pulizia del sangue). L’azienda a cui si attribuisce la responsabilità trentennale dello sversamento nelle acque fluviali di queste sostanze è l’industria chimica Miteni di Trissino a cui però è difficile contestare il danno perché in Italia non esiste un limite di legge dei Pfas che possono essere presenti nelle acque delle rete idrica.
Altro esempio, più positivo, sul tema degli interferenti endocrini è lo studio PERSUADED   finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del progetto LIFE+ e condotto dall’ Istituto Superiore di Sanità di Roma a cui prendo parte insieme all’Associazione Culturale Pediatri. Lo studio, insieme a un monitoraggio generale degli effetti di Ftalati ed il bisfenolo A (BPA) – sostanze ampiamente utilizzate nelle confezioni alimentari come plastificanti – ha anche il fine di individuare e proporre una soglia massima di legge di queste sostanze.
In ultimo anche il cambiamento climatico, di cui molto si parla ma nulla di concreto si sta facendo per arginarne gli effetti, è molto sottovalutato. In meno di trent’anni renderà invivibile gran parte del nostro pianeta incidendo direttamente sulla vita dei bambini di oggi.

M.P: Quali possono essere gli effetti dell’esposizione all’inquinamento nei bambini a lungo termine? Quali sono finora gli studi secondo lei più significativi condotti sull’argomento?

G.T: L’inquinamento atmosferico è cancerogeno. Lo IARC ( Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato come cancerogeno in classe 1 il benzene, il particolato , il benzopirene e gli scarichi dei motori diesel. L’ esposizione cronica all’inquinamento atmosferico è una delle cause di aumento dell’incidenza di tumori e di patologie cardiocircolatorie (infarti e ictus) nella popolazione.
E’ stato dimostrato dagli studi che gli interferenti endocrini determinano un’alterazione dello sviluppo neurologico nei bambini legato a una esposizione delle mamma in gravidanza. L’incidenza di problematiche neurologiche nei bambini è maggiore rispetto al passato. Nel caso dell’autismo per esempio, erroneamente si pensa che i vaccini siano responsabili ma invece si trascura del tutto la correlazione con l’ inquinamento che è reale e concreta.
Ormai ci sono così tanti studi sugli effetti dell’inquinamento che i risultati più interessanti non sono dati da studi singoli ma da metanalisi, ovvero studi cha raggruppano insieme diverse ricerche . Eccone alcuni di particolarmente interessanti: lo studio  Epiair sugli effetti acuti dell’inquinamento atmosferico, lo studio europeo ESCAPE sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico che evidenzia un aumento di mortalità generalizzato  e correlazioni con i decessi per patologie cancerogene e cardiovascolari, lo studio positivo Gauderman, Urman, Avol e colleghi che dimostra come una migliore qualità dell’aria influisce positivamente sulla salute dei bambini, lo studio Mnif, Hassine, Bouaziz e colleghi, una interessante metanalisi sull’effetto dei pesticidi come interferenti endocrini a cui si unisce lo studio Vinson, Merhi, Baldi e colleghi   che evidenzia una correlazione tra pesticidi e neoplasie infantili, inoltre l’ ESCALE STUDY  sugli effetti degli inquinanti domestici.

M.P: Si può dire che nel breve termine è l’inquinamento ambientale dato dalle emissioni nelle grandi città quello che incide maggiormente sulla salute dei bambini, dando luogo a continue problematiche alle vie respiratorie superiori?

G.T: Si

M.P: Esistono delle strategie per gestire questo aspetto nelle grandi città? In altre zone del mondo (in Giappone per esempio) si indossa quotidianamente la mascherina, può essere utile?

G.T: La semplice mascherina di plastica non serve a niente perché non aderisce perfettamente alla pelle e quindi l’aria inquinata penetra e va in respirazione. La maschera antigas è il dispositivo che realmente funziona ma non è pensabile un utilizzo quotidiano. Gli altri modelli di mezzo tra questi due estremi sembrerebbero validi ma non ho notizie precise in merito e non le ho testate. Sarebbero da provare.

M.P: Uscire dal contesto urbano almeno un giorno alla settimana andando per esempio in un bosco potrebbe essere utile?

G:T: Certamente, avremmo un beneficio dato dalla minore esposizione se almeno un giorno alla settimana ci spostassimo in una zona meno inquinata.

M.P: Secondo lei è il caso di ripensare ai criteri di preferenza per le mete di vacanza tornando magari anche a scegliere semplicemente la campagna?

G.T: Certo, potrebbe essere un’obiettivo ripensare alle vacanze considerando anche il fattore inquinamento. Magari spostarsi in una zona vicina e meno inquinata ci permetterebbe a nostra volta di produrre meno inquinamento e sarebbe un inizio di quel cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.

M.P: Cos’altro si potrebbe fare?

G.T: Bisognerebbe provare ad apportare dei cambiamenti concreti anche all’interno dei territori in cui viviamo. Sarebbe importante portare le amministrazioni comunali di tutta Italia per esempio a ripensare il traffico urbano almeno su due punti: niente macchine vicino alle scuole ma invece aree pedonali. E’ fondamentale limitare le emissioni laddove i bambini stanno otto ore al giorno. E limite di 30 km/h nei centri abitati e in prossimità delle scuole: una macchina che va a minore velocità produce meno inquinamento e a noi non costa niente, se non qualche minuto in più che tutto sommato rimane uno scambio vantaggioso.

M.P: Al contrario nei giorni lavorativi ha senso non far uscire i bambini in determinate fasce orarie per evitare loro l’esposizione agli inquinanti?

Le nostre case sono più inquinate dell’esterno non possiamo salvarci chiudendo la porta e non possiamo non uscire perché c’è l’inquinamento. I bambini devono uscire lo stesso magari valutando le fasce orarie. So che Arpa Emilia Romagna, ma anche molte altre agenzie regionali, offrono on line un servizio di monitoraggio che segnala i livelli di inquinamento delle diverse fasce orarie. Nel nostro libro vengono citati degli esempi inglesi di app che calcolano i percorsi con meno inquinamento per andare a piedi da un posto all’altro. (walkit.com)

M.P: Ci sono delle piante da tenere in casa che realmente aiutino a migliorare la qualità dell’aria?

G.T: A me non risulta.

M.P: Oltre al frequente lavaggio delle mani e ai lavaggi nasali c’è altro che i genitori possono fare per limitare gli stati di infiammazione e catarro che nelle grandi città diventano per molti bambini una condizione permanente in inverno e in autunno?

G.T: No al fumo di sigaretta: ancora tanti genitori fumano sul terrazzino di casa… Ma il fumo rimane attaccato alla pelle e ai capelli e poi entra in contatto con i bambini.
Inoltre cerchiamo di non riscaldare troppo le nostre abitazioni e arieggiamo sempre, anche in inverno, perché è dentro casa che si concentra di più l’inquinamento.

M.P: Lei parla molto dell’inquinamento dato dai pesticidi e consiglia un’alimentazione biologica. Da una parte in Italia il livello di consapevolezza aumenta: comitati mense nelle scuole, gruppi solidali d’acquisto, nuove pratiche anche domestiche di agricoltura e autoproduzione ma purtroppo, come fa notare, l’inquinamento delle falde acquifere ci riguarda tutti indistintamente. A fronte di questo, sono molti i genitori che rinunciano all’alimentazione bio (che è anche circa il doppio più onerosa) perché non trovano il senso di applicare una soluzione parziale che non risolve il problema. Secondo lei quale può essere un orientamento sensato?

G.T: Le falde acquifere inquinate di solito non sono quelle degli acquedotti che fortunatamente si trovano più in profondità e quindi riescono a preservarsi maggiormente.
Comunque se io ho due fonti di inquinamento e ne tolgo almeno una sarà sempre una situazione migliore di subirle entrambi. Il cibo biologico va preferito in ogni caso, almeno la frutta che è quella che mangiamo cruda. L’Istat dice che in Italia le famiglie investono poco nella spesa alimentare : in media circa 450 euro al mese. Perché c’è l’idea errata che è meglio risparmiare sul cibo che sul nuovo aggeggio tecnologico… Bisogna ripensare alla spesa alimentare attribuendole il massimo grado d’importanza.

M.P: Allo stesso modo per quello che riguarda l’inquinamento elettromagnetico dovuto alle reti di dati c’è chi dice che non serve a niente spegnere il wi-fi la notte e tenere fuori dalla portata i cellulari, perché – soprattutto nelle aree urbane altamente industrializzate – viviamo praticamente immersi in un gigante campo elettromagnetico che non smette di agire purtroppo solo perché viene spento il wi.fi di un singolo appartamento. Cosa ne pensa?

G.T: Stesso discorso di prima: la minore esposizione da luogo a minori effetti dannosi. Se non possiamo spegnerlo, almeno teniamo lontano il cellulare e non sul comodino.
Il wi – fi fa male davvero. Lo sa che per uno studio hanno messo campioni di colture cellulari in alcune biblioteche, alcune con wi-fi e alcune senza? Si è visto che il campo magnetico favorisce le mutazioni cellulari maligne. Bisogna ripensare alle nostre necessità reali. E’ veramente imprescindibile il wi-fi acceso sempre? Io per esempio inserisco il cavo nel computer quando lavoro da casa e questo è sufficiente

M.P: Oppure si potrebbe iniziare ad inserire nei regolamenti condominiali lo spegnimento del wi-fi nelle ore notturne…

G.T: Questa è una buona idea ma mi fa capire che lei non ha ancora figli adolescenti…

M.P: In effetti non ancora… E’ vero che le lampade al sale rosa dell’Himalaya purificano gli ambienti dai campi elettromagnetici?

G.T: (ride) Non ho mai approfondito le proprietà del sale rosa dell’Himalaya ma questa mi sa tanto di bufala… Al massimo potranno assorbire le radiazioni elettromagnetiche diventando però di conseguenza loro stesse un polo di emissione.

M.P: Rispetto all’inquinamento dovuto ai prodotti per la pulizia della casa quali prodotti sarebbe opportuno scegliere?

G.T: Tutti i prodotti in commercio per la detersione della casa possono emanare composti organici nocivi come la formaldeide o altri interferenti endocrini. Vengono emanati dal barattolo anche quando questo è chiuso e sigillato, penetrando la plastica come si può intuire dall’odore degli scaffali nei supermercati. E noi li inaliamo. Quindi meno barattoli abbiamo in casa e meglio è, tenendo conto che nonostante il marketing suggerisca l’esatto opposto, può bastare un solo prodotto multiuso per tutte le superfici e l’ideale sarebbe conservarlo fuori dall’ambiente di casa, per esempio in terrazzo. E’ poi anche possibile pulire con aceto, bicarbonato, soda… Ci vuole magari più tempo e più fatica ma è anche questa un’opzione. Inoltre un consiglio per lavatrice e lavastoviglie: non atteniamoci strettamente alle dosi indicate sul prodotto detergente: a volte per ottenere piatti e panni puliti basta metà della dose consigliata… è chiaro che è nell’interesse del produttore del detersivo che noi ne consumiamo una quantità maggiore.

M.P: Sul sito Uppa ha dedicato un approfondimento ai tessuti e alle sostanze nocive che possono contenere. Proprio in relazione alla tutela della salute dei bambini ha consigliato l’utilizzo di tessuti certificati Oekotex. Se la sente di dare una soglia minima per questa indicazione, sia sugli anni che sugli indumenti?

I tessuti possono contenere sostanze nocive, spessissimo gli pfas di cui sopra, interferenti endocrini che sono molto dannosi per tutti i bambini ma soprattutto per i più piccoli… Per questo è consigliato ai genitori l’acquisto di indumenti con certificazione Oekotex che esclude la presenza di sostanze nocive nei tessuti…. Cosa le posso dire di più? Certamente se fosse possibile consiglierei ai genitori di acquistare non solo indumenti ma ogni tipo di tessuto che entra in contatto con il bambini con certificazione Oekotex almeno fino al compimento del secondo anno di età. In questo periodo i bambini hanno un’esposizione altissima agli inquinanti perché i loro sistemi enzimatici non funzionano al 100% e perché il rapporto tra il peso e il tessuto epidermico è ridottissimo… Di conseguenza i bambini – che non solo indossano, ma tante volte succhiano e smangiucchiano i tessuti – sono veramente esposti e vanno protetti. Poi è naturale che anche al di sopra dei due anni se fosse possibile consiglierei per i bambini gli indumenti Oekotex… Se però vogliamo trovare un’indicazione un po’ più sostenibile a livello economico allora direi almeno l’intimo e il pigiama. E comunque anche noi adulti dovremmo preferire le fibre tessili naturali…. Certo il Goretex è magnifico, ha delle prestazioni eccellenti… Ma contiene delle sostanze nocive che lo rendono potenzialmente cancerogeno.

E per quale motivo è liberamente in commercio?

Per lo stesso motivo per cui abbiamo gli pfas nell’acqua potabile o per cui è ancora legale il glifosato già catalogato come nocivo dallo IARC: mancano studi sulle soglie massime. E’ una questione difficilissima da affrontare, sono molti i fattori in ballo, non ultimo quello economico. E’ per questo che una maggiore consapevolezza sul tema inquinamento è fortemente necessaria.

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La cena di Toni

La cena di Toni

 Io e Toni iprendendo Toni edit
La cena di Toni è l’ultimo film di Elisabetta Pandimiglio e parla di resilienza. 
Toni è un giornalista affermato, un uomo colto, attivo e curioso che a un certo punto del sua vita, più o meno a metà, si ammala di sclerosi multipla. La malattia cambia radicalmente alcuni aspetti della sua vita ma non la sua principale attitudine, quella che è stata per lui anche un mestiere, l’osservazione della realtà e la sua descrizione.
Elisabetta è amica di Toni, come lui è di origini venete e romana d’adozione, e anche lei di mestiere osserva la realtà e la racconta con i suoi film al confine tra i generi: tra documentario e finzione.
La cena di Toni racconta mesi e poi anni in cui Toni, mentre la malattia lentamente avanza, cerca di procurarsi il Sativex, un farmaco a base di cannabinoidi. Il farmaco sarebbe anche legale ma la macchina burocratica italiana, maestosa e multiforme, dall’altro capo del filo telefonico lo rende a lungo irreperibile. La cena alla fine del film è appunto per festeggiare con amici e parenti l’arrivo del Sativex che con sé porta la  promessa di lenire i sintomi della malattia. In mezzo ci sono pezzi della quotidianità di Toni registrati dalle telecamere. C’è la realtà e le esigenze narrative del racconto, così vengono cucite insieme la storia e le immagini: le visite degli amici (tra cui spicca il mitico Osvaldo), la relazione con il domestico, con la fisioterapista, i pomeriggi di compiti con piccoli amici. Frammenti che ricomposti in montaggio, secondo un’estetica e forse anche un’etica della vita che Toni, Elisabetta e tutto un certo ambiente della cultura italiana condividono, raccontano la malattia, la crisi e in fondo anche il fascino sottile di essere costretti a cambiare. C’è l’ossessione tutta italiana – che la crisi ha esasperato – per il cibo. C’è Papa Francesco, i soldi che mancano, i telegiornali, i gatti, gli immigrati. Forse, di striscio, anche la questione sulla libertà di cura. Tutto è collegato al racconto puntuale della vita interiore di Toni, una voce fuori campo che tesse la nostra visione della sua realtà. Quel quadro, la smorfia del gatto, la porta smontata, gli occhi di Giosuè, il cappello di Osvaldo. Chi li sta guardando? Noi, Toni o Elisabetta? Il film, grazie ad una regia profondamente femminile di accoglienza – e non controllo- della storia,  crea una densa sovrapposizione di questi livelli di narrazione del reale in cui i confini vengono meno, il sentire diventa condiviso e in un certo senso siamo chiamati ad essere co-autori. E la resilienza aumenta quando questo si verifica, come lo stesso Toni spiega bene.
Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Maternità precaria e/o possibile? Il convegno

Dal 15 al 17 Aprile sarò  a Roma, al convegno dedicato alla Maternità – precaria e/o possibile?-  della Rete Nazionale delle Donne per la Rivoluzione Gentile a portare racconti di esperienze reali. Numerose, incredibili e quotidiane sono le storie delle donne che ho incontrato in questi cinque anni di approfondimenti su come  è e cosa significa essere e non essere madri nel nostro paese.

La maternità che il femminismo della rivoluzione culturale italiana non ha saputo e/o potuto affrontare è il nuovo confine personale e sociale dell’emancipazione femminile di tutte.

Studio, lavoro, crescita professionale e poi con la gioia delle prima gravidanza arriva anche lo stop inaspettato alla carriera, questa è solo una  delle varianti più comuni dello stigma della generatività che ci riguarda tutte, ed è l’esperienza che ho vissuto in prima persona, sentendomi catapultata in un’altra epoca. Ecco perché a distanza di anni –  tra tutte – è la vicenda di AnnaChiara che si laurea a pieni voti, fa le sue specializzazioni a Lipsia e Londra, rientra in Italia e vince un concorso statale per lavorare nei beni culturali, posto che deve poi lasciare a causa   di una gravidanza a rischio NON prevista dal contratto ministeriale Mibact (qui si apre una grossa parentesi sulla legittimità di un contratto così controverso, rimando a questo articolo  e ai correlati per un approfondimento) quella che mi ha fatto più riflettere e la prima che condividerò con chi ascolta .

“Tutto ha funzionato fino a che sono stata fisiologicamente simile a un uomo. Appena il mio corpo è cambiato per la  gravidanza e ho dovuto affrontare i limiti fisici di una situazione a rischio si è aperto un grande divario”.

AnnaChiara è in attesa (da Novembre 2015) di sapere se potrà essere reinserita e corre forse il rischio di dover restituire dei soldi al ministero per aver sforato il limite di malattia “concessa”… Poi c’è Silvia che si è licenziata per tentare di restare incinta e ora aspetta un maschietto. E Giovanna, commercialista professionista, che al rientro dalla maternità l’hanno piazzata a fare fotocopie. E Manuela, il marito e i due figli, tutti tornati a vivere coi nonni perché diversamente non si riesce coi lavoretti saltuari. E Alona, che sa russo, inglese e italiano ma ha più di trent’anni, una figlia piccola e questo la frega ai colloqui. E Francesca e Alessandra che hanno superato i 35 e hanno deciso di provarci lo stesso a diventare madri, nonostante un lavoro incerto e i conseguenti possibili guai in arrivo. E le infermiere di Padova  che vanno in maternità e mandano in crisi l’azienda …. Tutte queste donne hanno una cosa in comune: vogliono produrre cambiamento.

E, fortunatamente, possono ispirarsi a quei contesti evoluti in cui Maternità e Cura sono pietre angolari di nuovi modelli economici e aziendali dello sviluppo sostenibile a livello umano, quello basato sulla genitorialità sociale,  da cui davvero nessuno è escluso.

Perché in Italia inizia ad esserci anche questo tipo di eccellenza che desideriamo divulgare e accrescere.

rete donne

Voci

Voci

Ho visto Voci – uno spettacolo di Claudio Milani per bambini dai tre anni – con mia figlia di cinque anni, il pomeriggio della domenica del carnevale ambrosiano.
Il teatro era pieno di bambini dell’asilo travestiti, eccitati e vocianti. La scenografia era spoglia in maniera preoccupante: un gruppo di case di carta sulla destra e un palloncino rosso sulla sinistra. Quando è uscito l’attore, in pantaloni e t-shirt neri, ho pensato dispiacendomene che fosse un ingenuo. E invece.
Una fiaba in quattro episodi sulla bellezza spietata della vita e sulla forza dell’amore. Una principessa buona, una principessa cattiva, il bambino Pietro e altri personaggi animati da una sola voce in grado di ipnotizzare una platea difficile, abituata ad altro. Una voce che ha aperto la porta al racconto nell’immaginazione di ogni spettatore e, nel silenzio generale, ha trasformato gesti e parole semplici in immagini per ognuno diverse, interiori, con momenti di vera commozione e gioia.
Secondo mia figlia la principessa buona, anche se va in cielo, è più forte della principessa cattiva perché la sua voce rimane per sempre nel cuore di Pietro.
Una piccola grande lezione di coraggio e di fiducia nell’Arte arrivata inaspettata da uno spettacolo per bambini che spero possa essere applaudito ancora da tanti e tante.

voci

Diritto alle origini

Diritto alle origini

Di seguito il dialogo con la senatrice Rosa Maria Di Giorgi sulla proposta di emendamento alla legge sulle Unioni Civili relativa all’affido rafforzato.

MP: Come madre di 3 figli e donna che si è sempre occupata di politica, quanto le preme che passi la legge sulle Unioni Civili, soprattutto nell’ottica di una protezione  di tutti i figli già nati in coppie omosessuali, al momento non adeguatamente tutelati dal punto di vista legislativo?

RMDG: Sono assolutamente favorevole a che vengano riconosciute le Unioni Civili e i diritti per le coppie omosessuali. Ho sempre partecipato alle lotte per i diritti di tutti e di tutte e ho lavorato in questo senso sia al CNR che nella mia città, Firenze, dove – voglio ricordarlo – ho agevolato molti progetti legati all’educazione di genere, aprendo le porte delle scuole anche alle associazioni LGBT. Mi piacerebbe quindi avere l’opportunità, per quanto riguarda il mio lavoro e le mie proposte, di parlare di contenuti senza essere superficialmente etichettata e marginalizzata come “Catto-Dem”. Nello specifico, lei mi chiede dei diritti dei figli già nati e io aggiungo che mi premono anche i diritti dei figli che nasceranno in futuro, nelle coppie omosessuali. A partire da questa urgenza, ritenendo la stepchild adoption non pienamente tutelante nei confronti del bambino, ho lavorato con altri alla proposta dell’affido rafforzato. L’affido rafforzato, a differenza della stepchild, scoraggia la surrogacy e questo bisogna ammetterlo senza ipocrisie.

MP: Perché? Se è risaputo che a ricorrere alla surrogacy sono solo per il 15% le coppie omosessuali e il restante 85% è rappresentato da coppie etero?

RMDG: Certo è così, sono le coppie eterosessuali a usufruire, per la grande maggioranza, di questa pratica. Con altrettanta onestà intellettuale però dobbiamo ammettere che, ed è palese, nel caso di coppie omosessuali la surrogacy, se non scoraggiata, può diventare sistematica proprio perché si presta a sopperire alla mancata generatività che caratterizza il tipo di unione. La surrogacy è vietata in Italia. Un quadro legislativo serio che vuole regolamentare la genitorialità omosessuale può ignorarlo? E non si tratta di un approccio discriminatorio, il tanto criticato emendamento all’articolo 5 di Della Zuanna sulla punibilità penale per tutti quelli che arrivano dall’estero con un neonato omettendone i dati reali rispetto alla sua origine biologica riguarda, evidentemente, sia eterosessuali che omosessuali. Per inciso: non è vero che il bambino finirebbe in un istituto, resterebbe nel nucleo d’appartenenza come è logico e dovuto per sua maggiore tutela. Però chi omettesse di dire la verità su informazioni tanto importanti che riguardano il minore, stiamo parlando del diritto a conoscere le proprie origini, avrebbe da affrontarne le conseguenze.

MP: C’è chi dice che solo l’apertura delle adozioni alle coppie omosessuali può veramente scoraggiare la surrogacy. Lei cosa ne pensa?

RMDG: Io penso che le adozioni sono materia forse ancora più delicata delle Unioni Civili perché si tratta di minori che partono da una situazione di svantaggio. Dobbiamo quindi creare un dibattito separato e dedicato. Personalmente sono favorevole alle adozioni per i single. Sento anche molto forte la necessità di non creare confusione nella testa dei bambini tra generatività e genitorialità.
Possiamo, se lo vogliamo, crearle le condizioni per non lasciare spazio alla confusione che nell’ambito dello sviluppo dell’identità è causa di sofferenza certa.
Il primo imprescindibile passo è proteggere il diritto del bambino a conoscere le sue origini. Il bambino, quando sarà portato dall’età a farsi questa domanda, deve poterlo sapere per legge da chi è stato generato. L’affido rafforzato prevede proprio questo: la presenza sui documenti del bambino dei nominativi dei due genitori biologici e l’affido al genitore “culturale” e non generativo fino alla maggiore età. Sarà poi il bambino, una volta diventato adulto, a eleggere il genitore affidatario a genitore a tutti gli effetti acconsentendo all’adozione.

MP: Questo è un elemento inedito: l’idea di una famiglia che si compie per volontà del figlio e non del genitore, oltre la gerarchia dei ruoli. L’affido rafforzato è però meno tutelante in materia di asse ereditario rispetto alla stepchild nel caso di morte del genitore biologico. Cosa risponde a questa critica?

RMDG: Non è così, perché in caso di morte del genitore biologico prevediamo l’adozione immediata da parte del genitore affidatario.

MP: Secondo lei quanto è pronto il nostro paese alle Unioni Civili a alla genitorialità omosessuale?

RMDG: Sono due cose diverse. Sulle Unioni Civili mi pare che siamo all’81% e me ne dispiaccio perché dovremmo essere ormai al 99%. Sulla genitorialità omosessuale siamo al 20%, non si può dire che sia un tema condiviso dagli italiani.

MP: Si dice che quando si tratta di diritti bisogna andare oltre le percentuali, lei cosa risponde?

RMDG: Sono d’accordo e infatti sono per il riconoscimento della coppia omosessuale ma anche e soprattutto per la tutela dei minori. Deve ancora arrivare chi ragionevolmente mi possa spiegare come e perché non dovremmo tutelare il diritto dei minori alla conoscenza delle loro origini. Con l’affido rafforzato non si mette in dubbio che i bambini possano crescere amorevolmente all’interno di un nucleo omosessuale ma si vuole dare in più al bambino la cognizione e il riconoscimento della sua origine, un aspetto non da poco mi sembra.

MP: La sua concezione di famiglia come nucleo sociale, in linea con la realtà di tanti paesi europei, Francia e Germania soprattutto, dove la cogenitorialità e il nucleo a più membri adulti è una situazione abbastanza ricorrente, è invisa alle destre ma anche alla comunità LGBT. Perché?

RMDG: Sulle destre è chiaro che si tratta di qualcosa che ostinatamente e anacronisticamente si vuole non vedere. Tantissime sono le realtà in Italia di nuclei non tradizionali, in cui genitori e nuovi compagni ruotano attorno ai minori, i quali hanno ben presente chi siano i genitori biologici e gli adulti di riferimento. Quindi la famiglia è già configurata come nucleo sociale aperto. Sulla comunità LGBT mi pare, anche qui, ci sia qualcosa di reazionario. Altrimenti non riesco a spiegarmi perché proprio loro, per natura portati all’apertura a più di due membri adulti per rendere il nucleo generativo, ambiscano alla stessa configurazione della famiglia tradizionale.

MP: Cosa succede nei prossimi giorni?

RMDG: Non lo so, spero si arrivi almeno a parlarne in aula dell’affido rafforzato e questo lo dico perché credo, con altri colleghi, che sia un emendamento valido nei contenuti e di sintesi rispetto a molte e diverse visioni. Sarebbe un errore bloccarlo perché forse è la chiave per far passare la legge.

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La Salvezza del mondo

La Salvezza del mondo

Womenomics nel mondo e in Italia, analisi e proposte per l’attivazione della ripresa economica attraverso la parità di genere – La Salvezza del Mondo, di Paola Diana edito da Castelvecchi – parla molto di questo.

Dati statistici e rilevazioni internazionali commentati nel testo continuano a evidenziare la posizione di confine occupata dall’Italia nel contesto europeo, borderline tra l’area d’avanguardia e i paesi sull’orlo del fallimento che si classificano subito dopo di noi.

Gli indici relativi alla partecipazione femminile nella vita economica, quelli che rappresentano la ricchezza di ogni nazione e il grado di emancipazione e sicurezza nella vita delle donne sono messi in relazione tra di loro e collegati saldamente al tema del riconoscimento e della condivisione del lavoro di Cura.

Fino a che in Italia le donne saranno naturali depositarie e incaricate del lavoro di Cura, avranno tutte maggiori difficoltà a relazionarsi con il mondo del lavoro. Nel 2014 alle donne è andato solo il 48% dello stipendio medio degli uomini, questo riassume bene l’esclusione dal mercato, il guadagno inferiore a parità di mansione e i soffitti di cristallo.
Una condizione che se non cambia continuerà, sempre più, a inibire la scelta della maternità e a confermare il calo demografico. Ne approfitto per sottolineare, ancora una volta, come siano mistificanti e riduttive quelle narrazioni che suddividono le donne tra quelle che hanno scelto di essere madri e quelle che hanno scelto di non essere madri, tagliando fuori tutte quelle per cui la scelta non c’è stata e censurando un tema importante (ne parlo in maniera diversa qui, qui e qui).

Dopo un’analisi interessante dello scenario di genere, la proposta concreta di Paola Diana per l’Italia è il Bonus Care, ovvero una detraibilità fiscale progressiva fino all’80% per i redditi più bassi al fine di incentivare l’esternalizzazione del lavoro di Cura. Questo farebbe emergere il lavoro nero, creerebbe occupazione e spingerebbe il consumo, azzerando il costo della misura stessa. Inoltre si parla per esempio di una maternità più flessibile in cui la donna possa, nei limiti consentiti dalle sue condizione di salute, continuare a lavorare da casa con lo smart working, evitando lo stallo nella carriera e annullando il limite culturale, ancora molto presente nell’imprenditoria, della preferenza per il lavoratore maschio, in virtù del fatto che non usufruisce della maternità.

La salvezza del mondo passa quindi attraverso la condivisione con l’universo maschile della dimensione della Cura, non solo della prole e delle relazioni, come già accade nei paesi più evoluti. Proprio in quei contesti, di cui il paese emblematico è il Canada, un sistema economico sempre più orientato all’inclusione e alla circolarità, anziché al profitto e alla gerarchia, è la prossima tappa.

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Unlearning

Unlearning

Unlearning è un viaggio psicomagico di una famiglia “normale” nei mondi paralleli dell’autoproduzione, della transizione e della resistenza ecologica, realtà vicinissime che si muovono nei boschi appena fuori le nostre città.

Lucio, Anna e la piccola Gaia lasciano la loro casa di Genova per trascorrere sei mesi sperimentando altri stili di vita, fuori dai meccanismi consolidati della civiltà del consumo, senza soldi: sharing economy nella penisola.
Offrono il loro lavoro in cambio di ospitalità, viaggiano in autostop, dormono e mangiano insieme a persone sconosciute, contattate sul web, una tappa del viaggio dopo l’altra. Le immagini raccontano il bisogno di una ricerca autentica, aperta, fuori dall’ideologia, attraverso il punto di vista romantico e disincantato di Lucio. Anna gestisce: la situazione, la fattibilità, gli equilibri delle relazioni e del sostentamento. E Gaia è libera, ha quello sguardo di cui vorremmo la soggettiva continua.

E’ al tempo stesso un’esplorazione delle comunità resilienti che in base ai contesti da cui fuoriescono organizzano alternative, al sistema scolastico, all’ambiente urbano, al sistema produttivo, all’aggregazione sociale normocodificata, o anche a tutti questi aspetti insieme, e un documentario d’introspezione sul tema del cambiamento, di cui siamo arrivati a sentire l’urgenza sociale, oltre che individuale, riagganciandoci a quel ciclo storico che si era interrotto alla fine degli anni ’70. Bambini bellissimi che crescono nudi nei boschi e adulti a tratti affaticati dall’esilio volontario cercano insieme una strada nuova, per vivere nell’innocenza.

Il film è speciale perché lascia percepire, soprattutto attraverso Gaia e i suoi coetanei, i momenti in cui questa aspirazione diventa, ad un livello diverso, un’altra soglia da superare, se non un vincolo.

Anche in questo senso, Unlearning è un invito gentile alla disobbedienza.

Il film è ospite delle sale di tutta Italia, per vederlo trova la proiezione più vicina sul profilo Unlearnign FB.

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