La Salvezza del mondo

La Salvezza del mondo

Womenomics nel mondo e in Italia, analisi e proposte per l’attivazione della ripresa economica attraverso la parità di genere – La Salvezza del Mondo, di Paola Diana edito da Castelvecchi – parla molto di questo.

Dati statistici e rilevazioni internazionali commentati nel testo continuano a evidenziare la posizione di confine occupata dall’Italia nel contesto europeo, borderline tra l’area d’avanguardia e i paesi sull’orlo del fallimento che si classificano subito dopo di noi.

Gli indici relativi alla partecipazione femminile nella vita economica, quelli che rappresentano la ricchezza di ogni nazione e il grado di emancipazione e sicurezza nella vita delle donne sono messi in relazione tra di loro e collegati saldamente al tema del riconoscimento e della condivisione del lavoro di Cura.

Fino a che in Italia le donne saranno naturali depositarie e incaricate del lavoro di Cura, avranno tutte maggiori difficoltà a relazionarsi con il mondo del lavoro. Nel 2014 alle donne è andato solo il 48% dello stipendio medio degli uomini, questo riassume bene l’esclusione dal mercato, il guadagno inferiore a parità di mansione e i soffitti di cristallo.
Una condizione che se non cambia continuerà, sempre più, a inibire la scelta della maternità e a confermare il calo demografico. Ne approfitto per sottolineare, ancora una volta, come siano mistificanti e riduttive quelle narrazioni che suddividono le donne tra quelle che hanno scelto di essere madri e quelle che hanno scelto di non essere madri, tagliando fuori tutte quelle per cui la scelta non c’è stata e censurando un tema importante (ne parlo in maniera diversa qui, qui e qui).

Dopo un’analisi interessante dello scenario di genere, la proposta concreta di Paola Diana per l’Italia è il Bonus Care, ovvero una detraibilità fiscale progressiva fino all’80% per i redditi più bassi al fine di incentivare l’esternalizzazione del lavoro di Cura. Questo farebbe emergere il lavoro nero, creerebbe occupazione e spingerebbe il consumo, azzerando il costo della misura stessa. Inoltre si parla per esempio di una maternità più flessibile in cui la donna possa, nei limiti consentiti dalle sue condizione di salute, continuare a lavorare da casa con lo smart working, evitando lo stallo nella carriera e annullando il limite culturale, ancora molto presente nell’imprenditoria, della preferenza per il lavoratore maschio, in virtù del fatto che non usufruisce della maternità.

La salvezza del mondo passa quindi attraverso la condivisione con l’universo maschile della dimensione della Cura, non solo della prole e delle relazioni, come già accade nei paesi più evoluti. Proprio in quei contesti, di cui il paese emblematico è il Canada, un sistema economico sempre più orientato all’inclusione e alla circolarità, anziché al profitto e alla gerarchia, è la prossima tappa.

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A Padova il problema non sono le cicogne

A Padova il problema non sono le cicogne

Nei giorni scorsi molti giornali hanno raccontato la favola breve delle 130 cicogne in arrivo all’Ospedale di Padova. Crisi aziendale, agitazioni sindacali e ricorso al prefetto, ecco cosa succede a restare incinte in così tante e tutte insieme (qui, qui, e qui  qualche esempio di come è stata data la notizia).
E in fin dei conti questa storia sembra perfetta per il nostro paese, in cui la condizione implicitamente subalterna di madre e/o donna è uno dei chiari indici della mancata democrazia.
Nell’azienda ospedaliera di Padova, su 5500 dipendenti il 72% sono donne.
Questo significa che le 130 maternità di quest’anno non fanno eccezione rispetto a quelle degli anni scorsi e rientrano perfettamente nella media dei 120/135 casi.
Le maternità diventano un problema nel momento in cui la Regione Veneto non ne autorizza la sostituzione, creando delle carenze in organico, fino a dentro la sala operatoria.
Le mancate sostituzioni non sono però un trattamento riservato ai casi di maternità.
Non vengono adeguatamente rimpiazzati neanche i 60 casi annuali di malattie lunghe oltre i 60 giorni, e nemmeno i 400 prescritti quelli cioè che, a causa di patologie muscolo scheletriche, lavorano in modo limitato.
Si arriva così a cercare di rimanere operativi nell’assenza quotidiana di 200 risorse, quando il numero di persone alla ricerca di lavoro in questo momento è altissimo.
Nel reparto di cardiochirurgia i trapianti li fanno di notte, una notte si e una no, perché di giorno devono fare le operazione ordinarie.
“Questa succede quando per ripianare i bilanci delle ULS (unità locali sociosanitarie) si taglia sul personale e sui servizi.
Non è la maternità il problema ma l’emergenza cronica in cui versiamo da anni. Così non siamo in grado di garantire il servizio sanitario ai cittadini e al territorio, è questo il motivo dell’agitazione. Ho ricevuto molte chiamate dalle colleghe, mi chiedevano perché i giornali raccontassero la situazione enfatizzando sui casi di maternità. Non conosco i motivi ma mi è sembrato becero”, Giancarlo Go, delegato CGIL.

ospedale padova