Euforia

Euforia

Oggi esce nelle sale il secondo film da regista di Valeria Golino, Euforia. Parla di noi e del nostro fascismo interiore, del nostro conformismo. Parla della ricerca della libertà, prima ancora che della (possibile?) felicità. Siamo al preciso punto del fino a qui tutto bene. Ci sono due fratelli Matteo (Riccardo Scamarcio) ed Ettore (Valerio Mastandrea). Matteo vive nell’apparente soddisfazione di una vita libera, leggera, senza tabù di sorta. Sembrerebbe felice. E invece dentro soffre, si sente ridicolo, non meritevole, un fenomeno da baraccone. Si droga per affrontare le giornate fingendo sia per diletto. Ettore è solido, autorevole e burbero il giusto. Quando scopre di essere malato inizia, suo malgrado, un percorso forzato di autenticità che aumenta con l’avvicinarsi della fase terminale. Che Matteo vorrebbe censurare. E intorno la famiglia, gli amici, una ex moglie (Isabella Ferrari) e un nuovo e vero amore (Jasmine Trinca) che si alternano ad un ritmo dolce e impetuoso terribilmente simile alla realtà. La vitalità del film è altissima, è un film che parla con forza dell’ esistenza, dei confini a cui siamo capaci di relegarla e di come lei riesce a sfuggirci di mano, per fortuna, sempre. Per portarci laddove dobbiamo evolvere. E se abbiamo la Grazia, riusciamo a cogliere la bellezza e la spietata perfezione di questo gioco sacro, come accade, magnificamente, nel finale.  E’ un film molto intimo e personale ma allo stesso tempo racconta qualcosa della nostra epoca, del nostro paese e della nostra economia, anche. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. E’ ampio lo sguardo della Golino e minuzioso e pieno di amore per il cinema. Cast spettacolare magistralmente diretto. Film italiano dell’anno.

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Figlia Mia

Figlia Mia

Vittoria (Sara Casu) ha dieci anni e nell’estate in cui si trasforma da bambina a ragazza scopre la sua storia antica, quella da cui vengono i capelli rossi e le lentiggini che vede ogni giorno riflesse nello specchio ma non addosso ai suoi genitori. Angelica (Alba Rohhwacher) è la matta, ubriacona e prostituta del villaggio, di giorno sta in mutande e beve birra e di sera si veste a festa e va nel bar dove si ritrovano gli uomini, a cercare l’amore e qualcuno che le paghi da bere. A breve rischia di perdere la casa per un debito di euro ventotto mila e rotti che non ha e non sa dove andare a prendere. Tina (Valeria Golino) lavora con il marito devoto in una fabbrica di bottarga ed essere madre di Vittoria è quello che desidera dalla vita. Questo desiderio lo coltiva con cura ogni giorno, fino a quando Vittoria e Angelica sfiorandosi, si riconoscono nel loro legame di sangue e l’equilibrio fondato su dieci anni di amorevole omissione salta. Angelica ha partorito Vittoria, Tina l’ha allevata come fosse stata sua. Tina e Angelica abitano a tre chilometri di distanza e le lega un rapporto profondo di solidarietà e accettazione reciproca che la faticosa vicenda conferma e sancisce. “Figlia Mia” il secondo film di Laura Bispuri (il primo è “Vergine giurata” che devo ancora vedere) esce domani nelle sale italiane ed è attualmente in corsa, unico film italiano, per l’Orso al Festival di Berlino. In un’assolata e arcaica Sardegna, tra gente semplice e taciturna, si racconta della maternità, da quella viscerale a quella genitoriale. Nel tempo del film prendono forma le mille sfumature di questa esperienza che include senso di inadeguatezza e missione di perfezione e si va ancora oltre… Oltre gli opposti  natura/cultura dove si riuniscono la mamma biologica e la mamma genitore semmai fossero state veramente divise. Oltre  il giudizio che non  trapela dalla telecamera saggia e sapiente nel racconto dello sguardo della donna- bambina. Una donna – bambina a cui ci si affida per risolvere uno dei conflitti più immani: dimmi ora, Vittoria, chi è quindi tua madre? Vittoria si cala nel buco più profondo della montagna e riesce a riemergere, nascendo di nuovo, da sola, figlia di due madri che non ha bisogno di cambiare. Ecco non la fine ma l’inizio di una nuova storia in cui i personaggi possono esistere solo nella loro reciproca relazione. Nell’inevitabile richiamo all’attualità e al tema della gestazione per altri mi sembra di cogliere uno spunto per pensare alla genitorialità come attitudine sociale e condivisa, senza esclusioni, senza separazioni permanenti e funzionali a creare nuclei chiusi che nella realtà non esistono. Un film da vedere per il suo bellissimo scenario visivo e per la maestosità della recitazione del trio femminile in cui, se volessimo trovare un vertice, direi Valeria Golino per la sottile e costante interpretazione dell’attitudine dell’essere in debito. Particolarmente gustose le soluzioni d’arredo degli ambienti di Ilaria Sadun e una sincera nota di merito a Michele Carboni che interpreta il marito di Tina. Nel cast anche Udo Kier con l’augurio che possa essere un gancio in più per l’Orso. In bocca al lupo.

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LUIGO DA DENTRO

LUIGO DA DENTRO

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Luigo era un ragazzo benestante prima che dilapidasse completamente il suo patrimonio, ereditato alla morte dei genitori, per finanziare i suoi show personali e mettere in scena le sue diverse identità. Semplicemente ha speso tutto per pagare una serie di personaggi, a vederli anche “ persone normali”, che in cambio di un po’ di contanti gli facevano fare una parte nel loro pezzo di mondo. Un assistente universitario arrotondava la borsa di ricerca facendogli tenere qualche lezione come professore ospite davanti ai suoi studenti. Un sacerdote gli faceva dire messa ogni tanto (solo le infrasettimanali), in cambio di qualche generosa offerta per restaurare il crocefisso d’epoca. E tanti altri ruoli giù in città, con una discreta rete di collaboratori pronti a partecipare a queste sceneggiate private. Ne’ per truffa ne’ per eversione, semplicemente un modo per racimolare qualche soldo in più per i collaboratori e un esercizio di stile per Luigo e i suoi occhi che desideravano una visuale più ampia della vita. Poi i soldi finiscono, arrivano “LaSbanca” e “InEquitalia” e inizia il film. 
I film di Stefano Usardi, amico e collega Dams Cinema a Bologna, immatricolazione anno 2000, sono tre finora. Gli altri due sono “27”  del 2011 e  “Il mio giorno” del 2013  – ultima interpretazione di Sergio Fiorentini –  e in tutti il filo rosso è il tema della percezione, ambito a cui Stefano ha dedicato anche il suo dottorato di ricerca in Spagna. Per “27” ho collaborato ai dialoghi della sceneggiatura,  per “Il mio giorno” ho, in maniera del tutto casuale, organizzato una proiezione a Saronno che si è poi rivelata tra le più partecipate dell’arena estiva 2015. E per LUIGO mi sono occupata dell’organizzazione generale del film, motivo per cui questo non è un pezzo di critica cinematografica ma più una riflessione personale, dopo un lavoro che a ritmi alterni è durato quasi due anni e  prima dell’imminente prima uscita nazionale al Kinodromo lunedì prossimo, e del tour del film in varie città (qui gli aggiornamenti su luoghi e date).
LUIGO, se pure con le difficoltà tipiche del cinema indipendente italiano, è stata un’esperienza – manifesto di una linea produttiva ideale. Siamo riusciti a lavorare con un budget relativamente piccolo ma completamente nostro, senza contributi statali, il che ha reso i tempi di lavorazione umani e la dispersione di energia dedicata alla burocrazia minima, rispetto al solito. Questo per scelta della FiFilm Production di Caterina Francavilla che, l’8 Dicembre 2015, ha deciso di produrre in questi termini LUIGO dopo aver visto a Feltre “Il mio giorno” e dopo aver letto la sceneggiatura. Ho preparato il film da casa mentre i bambini erano all’asilo, con Caterina ad Agordo, Stefano in collegamento diretto un po’ da Belluno e un po’ da Bologna per i primi sopralluoghi e Paolo Ravanini, assistente di Stefano, in collegamento da Verona. 
Prima dell’inizio del set ci siamo visti di persona una sola volta, c’era anche Giampiero Sanzari, (musiche) e Luca Orlandi (d.o.p) per un paio di giorni ad Agordo, immersi nella neve.
A Marzo 2016 si è formata la troupe, quasi completamente bolognese e poi a Giugno sono iniziate le riprese, cinque settimane dense che ho potuto seguire a distanza grazie alla collaborazione preziosa di Chiara Trerè, super ispettrice di produzione su un set in cui tutti hanno dato il massimo.
A Febbraio 2017 dopo montaggio e post produzione il film era pronto e abbiamo iniziato le iscrizioni ai festival più grossi, mirando – soprattutto io, a dire il vero – a Venezia. 
Quando a Luglio ci hanno scritto per dirci che il film era interessante ma non ci prendevano, ci ho provato a pensarlo che non me ne fregava niente di quella congrega di vecchi parrucconi ma ha funzionato poco perché per un bel po’ ci sono rimasta male lo stesso. Stefano diceva che lo sapeva. Caterina non diceva niente. E da Settembre stiamo iscrivendo il film ai festival più “piccoli”, come forse avremmo potuto fare già da prima se non avessi accarezzato il sogno segreto di andare in gondola con Ai Weiwei. La distribuzione è stata un’altra fase spinosa. E’ stato in generale più facile coinvolgere aziende in sponsor o in partnership che approdare ad una distribuzione classica. Abbiamo risolto organizzando un tour del film direttamente con gli esercenti e stiamo a vedere cosa succederà. 
La cosa bella di Luigo è che fa ridere oppure arrabbiare.
Un racconto allegro e dissacrante delle nostre grandi sfide quotidiane: identità, debito, lavoro, relazioni e fantasiose quanto rocambolesche ricerche di vie di fuga dal sistema di controllo. 
Luigo visto da dentro, Luigo visto da fuori. Prossimi esercizi di stile in arrivo.
Copia di DSC_9035m2In apertura Stefano Usardi sul set “Casa Luigo” con Giovanni Morassutti che interpreta Zeno, il fratello invasato di yoga di Luigo.  Qui sopra Luigo (Angelo Colombo) che apre la porta di casa all’ispettore di InIquitalia (Giuseppe Antignati).
Le foto sono di Benedetta Manzi.