LUIGO DA DENTRO

LUIGO DA DENTRO

DSC_8538m
Luigo era un ragazzo benestante prima che dilapidasse completamente il suo patrimonio, ereditato alla morte dei genitori, per finanziare i suoi show personali e mettere in scena le sue diverse identità. Semplicemente ha speso tutto per pagare una serie di personaggi, a vederli anche “ persone normali”, che in cambio di un po’ di contanti gli facevano fare una parte nel loro pezzo di mondo. Un assistente universitario arrotondava la borsa di ricerca facendogli tenere qualche lezione come professore ospite davanti ai suoi studenti. Un sacerdote gli faceva dire messa ogni tanto (solo le infrasettimanali), in cambio di qualche generosa offerta per restaurare il crocefisso d’epoca. E tanti altri ruoli giù in città, con una discreta rete di collaboratori pronti a partecipare a queste sceneggiate private. Ne’ per truffa ne’ per eversione, semplicemente un modo per racimolare qualche soldo in più per i collaboratori e un esercizio di stile per Luigo e i suoi occhi che desideravano una visuale più ampia della vita. Poi i soldi finiscono, arrivano “LaSbanca” e “InEquitalia” e inizia il film. 
I film di Stefano Usardi, amico e collega Dams Cinema a Bologna, immatricolazione anno 2000, sono tre finora. Gli altri due sono “27”  del 2011 e  “Il mio giorno” del 2013  – ultima interpretazione di Sergio Fiorentini –  e in tutti il filo rosso è il tema della percezione, ambito a cui Stefano ha dedicato anche il suo dottorato di ricerca in Spagna. Per “27” ho collaborato ai dialoghi della sceneggiatura,  per “Il mio giorno” ho, in maniera del tutto casuale, organizzato una proiezione a Saronno che si è poi rivelata tra le più partecipate dell’arena estiva 2015. E per LUIGO mi sono occupata dell’organizzazione generale del film, motivo per cui questo non è un pezzo di critica cinematografica ma più una riflessione personale, dopo un lavoro che a ritmi alterni è durato quasi due anni e  prima dell’imminente prima uscita nazionale al Kinodromo lunedì prossimo, e del tour del film in varie città (qui gli aggiornamenti su luoghi e date).
LUIGO, se pure con le difficoltà tipiche del cinema indipendente italiano, è stata un’esperienza – manifesto di una linea produttiva ideale. Siamo riusciti a lavorare con un budget relativamente piccolo ma completamente nostro, senza contributi statali, il che ha reso i tempi di lavorazione umani e la dispersione di energia dedicata alla burocrazia minima, rispetto al solito. Questo per scelta della FiFilm Production di Caterina Francavilla che, l’8 Dicembre 2015, ha deciso di produrre in questi termini LUIGO dopo aver visto a Feltre “Il mio giorno” e dopo aver letto la sceneggiatura. Ho preparato il film da casa mentre i bambini erano all’asilo, con Caterina ad Agordo, Stefano in collegamento diretto un po’ da Belluno e un po’ da Bologna per i primi sopralluoghi e Paolo Ravanini, assistente di Stefano, in collegamento da Verona. 
Prima dell’inizio del set ci siamo visti di persona una sola volta, c’era anche Giampiero Sanzari, (musiche) e Luca Orlandi (d.o.p) per un paio di giorni ad Agordo, immersi nella neve.
A Marzo 2016 si è formata la troupe, quasi completamente bolognese e poi a Giugno sono iniziate le riprese, cinque settimane dense che ho potuto seguire a distanza grazie alla collaborazione preziosa di Chiara Trerè, super ispettrice di produzione su un set in cui tutti hanno dato il massimo.
A Febbraio 2017 dopo montaggio e post produzione il film era pronto e abbiamo iniziato le iscrizioni ai festival più grossi, mirando – soprattutto io, a dire il vero – a Venezia. 
Quando a Luglio ci hanno scritto per dirci che il film era interessante ma non ci prendevano, ci ho provato a pensarlo che non me ne fregava niente di quella congrega di vecchi parrucconi ma ha funzionato poco perché per un bel po’ ci sono rimasta male lo stesso. Stefano diceva che lo sapeva. Caterina non diceva niente. E da Settembre stiamo iscrivendo il film ai festival più “piccoli”, come forse avremmo potuto fare già da prima se non avessi accarezzato il sogno segreto di andare in gondola con Ai Weiwei. La distribuzione è stata un’altra fase spinosa. E’ stato in generale più facile coinvolgere aziende in sponsor o in partnership che approdare ad una distribuzione classica. Abbiamo risolto organizzando un tour del film direttamente con gli esercenti e stiamo a vedere cosa succederà. 
La cosa bella di Luigo è che fa ridere oppure arrabbiare.
Un racconto allegro e dissacrante delle nostre grandi sfide quotidiane: identità, debito, lavoro, relazioni e fantasiose quanto rocambolesche ricerche di vie di fuga dal sistema di controllo. 
Luigo visto da dentro, Luigo visto da fuori. Prossimi esercizi di stile in arrivo.
Copia di DSC_9035m2In apertura Stefano Usardi sul set “Casa Luigo” con Giovanni Morassutti che interpreta Zeno, il fratello invasato di yoga di Luigo.  Qui sopra Luigo (Angelo Colombo) che apre la porta di casa all’ispettore di InIquitalia (Giuseppe Antignati).
Le foto sono di Benedetta Manzi.
Inquinamento e bambini

Inquinamento e bambini

asma

Il dottor Giacomo Toffol è medico chirurgo specializzato in pediatria e referente per l’ambiente dell’Associazione Culturale Pediatri, l’unica in Italia che si auto impone, per regolamento interno, di non intrattenere rapporti con qualsivoglia azienda a scopo di lucro. Oltre a svolgere la professione di pediatra è attivo nella divulgazione delle tematiche relative all’inquinamento e su questo argomento ha risposto a qualche domanda dedicata in particolare ai bambini e a cosa fare in concreto per una loro maggiore tutela.

M.P: Il libro “Inquinamento e salute del bambino: cosa c’è da sapere, cosa c’è da fare” che ha scritto con la dottoressa Laura Todesco e con la dottoressa Laura Reali (seconda ristampa) lo avete scritto per divulgare la tematica tra colleghi e genitori. Tra i diversi tipi di inquinamento quale le sembra ad ora il meno conosciuto e il più sottovalutato?

Giacomo Toffol: Se tutti riconosciamo nell’inquinamento atmosferico Il rischio più importante per la salute, è invece del tutto sottovalutato il peso che l’ inquinamento acustico ha sulla salute nostra e su quella dei bambini. Secondo l’O.M.S l’impatto dell’inquinamento acustico è secondo solo a quello dell’inquinamento atmosferico e può determinare nei bambini una diminuzione dell’udito – che spesso rimane inosservata fino all’adolescenza e oltre – una diminuzione delle capacità cognitive e, in caso di esposizione del bambino a inquinamento acustico durante le ore notturne, un aumento della pressione arteriosa. Per moltissimi anni l’aumento della pressione arteriosa è stato un escamotage del nostro corpo per farci reagire a situazioni di immediato pericolo, il leone che voleva azzannarci per esempio. Ora che le eventualità legate agli animali predatori sono drasticamente diminuite resta lo stesso tipo di meccanismo che però ci si ritorce contro producendo stress. Un bambino esposto sistematicamente a rumori durante la notte ha un aumento della pressione arteriosa nel sonno che potrà portarlo ad avere in futuro dei problemi all’apparato cardiocircolatorio.
Altro ambito molto trascurato è quello dei POP (Persistant Organic Pollutants, inquinanti organici persistenti) meglio conosciuti come “la sporca dozzina” e degli altri interferenti endocrini. I pop sono sostanze chimiche industriali – Pcb, Ddt, diossine (dibenzo-p-diossine), clordano, furani (dibenzo-p-furani), esaclorobenzene, aldrin, mirex, dieldrin, toxafene, endrin, eptaclor – di cui ora è vietata la commercializzazione ma che vengono comunque prodotte come sostanze di scarto nelle lavorazioni industriali e quindi immesse nell’ambiente per poi arrivare fino a noi. Inoltre esistono altri interferenti endocrini – e cioè sostanze che hanno la capacità di danneggiare il funzionamento del nostro sistema endocrino, creando per esempio problemi di sviluppo puberale, criptorchidismo, problemi tiroidei, oltre che patologie di natura cancerogena – che ad ora non sono nemmeno vietati.
In Veneto, nella zona tra Padova, Vicenza e Verona è in corso una vicenda disastrosa di cui poco si parla a livello nazionale ma che rende bene l’idea di quanto sia attuale e concreto il tema, e non solo nella Terra dei Fuochi. Nelle acque potabili è stata riscontrata la presenza di Pfas, sostanze perfluoroalchiliche riconosciute come interferenti endocrini correlati a patologie riguardanti pelle, polmoni e reni. Sono state fatte analisi del sangue di monitoraggio alla popolazione e abbiamo bambini e adolescenti con valori PFAS “sopra la media”, 20/30 volte la soglia ritenuta idonea (n.d.r vedi video di richiesta aiuto mamme della pfas). In questa situazione di panico generalizzato è stato valutato come possibile opzione per i bambini anche un trattamento di plasmaferesi (pulizia del sangue). L’azienda a cui si attribuisce la responsabilità trentennale dello sversamento nelle acque fluviali di queste sostanze è l’industria chimica Miteni di Trissino a cui però è difficile contestare il danno perché in Italia non esiste un limite di legge dei Pfas che possono essere presenti nelle acque delle rete idrica.
Altro esempio, più positivo, sul tema degli interferenti endocrini è lo studio PERSUADED   finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito del progetto LIFE+ e condotto dall’ Istituto Superiore di Sanità di Roma a cui prendo parte insieme all’Associazione Culturale Pediatri. Lo studio, insieme a un monitoraggio generale degli effetti di Ftalati ed il bisfenolo A (BPA) – sostanze ampiamente utilizzate nelle confezioni alimentari come plastificanti – ha anche il fine di individuare e proporre una soglia massima di legge di queste sostanze.
In ultimo anche il cambiamento climatico, di cui molto si parla ma nulla di concreto si sta facendo per arginarne gli effetti, è molto sottovalutato. In meno di trent’anni renderà invivibile gran parte del nostro pianeta incidendo direttamente sulla vita dei bambini di oggi.

M.P: Quali possono essere gli effetti dell’esposizione all’inquinamento nei bambini a lungo termine? Quali sono finora gli studi secondo lei più significativi condotti sull’argomento?

G.T: L’inquinamento atmosferico è cancerogeno. Lo IARC ( Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha classificato come cancerogeno in classe 1 il benzene, il particolato , il benzopirene e gli scarichi dei motori diesel. L’ esposizione cronica all’inquinamento atmosferico è una delle cause di aumento dell’incidenza di tumori e di patologie cardiocircolatorie (infarti e ictus) nella popolazione.
E’ stato dimostrato dagli studi che gli interferenti endocrini determinano un’alterazione dello sviluppo neurologico nei bambini legato a una esposizione delle mamma in gravidanza. L’incidenza di problematiche neurologiche nei bambini è maggiore rispetto al passato. Nel caso dell’autismo per esempio, erroneamente si pensa che i vaccini siano responsabili ma invece si trascura del tutto la correlazione con l’ inquinamento che è reale e concreta.
Ormai ci sono così tanti studi sugli effetti dell’inquinamento che i risultati più interessanti non sono dati da studi singoli ma da metanalisi, ovvero studi cha raggruppano insieme diverse ricerche . Eccone alcuni di particolarmente interessanti: lo studio  Epiair sugli effetti acuti dell’inquinamento atmosferico, lo studio europeo ESCAPE sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico che evidenzia un aumento di mortalità generalizzato  e correlazioni con i decessi per patologie cancerogene e cardiovascolari, lo studio positivo Gauderman, Urman, Avol e colleghi che dimostra come una migliore qualità dell’aria influisce positivamente sulla salute dei bambini, lo studio Mnif, Hassine, Bouaziz e colleghi, una interessante metanalisi sull’effetto dei pesticidi come interferenti endocrini a cui si unisce lo studio Vinson, Merhi, Baldi e colleghi   che evidenzia una correlazione tra pesticidi e neoplasie infantili, inoltre l’ ESCALE STUDY  sugli effetti degli inquinanti domestici.

M.P: Si può dire che nel breve termine è l’inquinamento ambientale dato dalle emissioni nelle grandi città quello che incide maggiormente sulla salute dei bambini, dando luogo a continue problematiche alle vie respiratorie superiori?

G.T: Si

M.P: Esistono delle strategie per gestire questo aspetto nelle grandi città? In altre zone del mondo (in Giappone per esempio) si indossa quotidianamente la mascherina, può essere utile?

G.T: La semplice mascherina di plastica non serve a niente perché non aderisce perfettamente alla pelle e quindi l’aria inquinata penetra e va in respirazione. La maschera antigas è il dispositivo che realmente funziona ma non è pensabile un utilizzo quotidiano. Gli altri modelli di mezzo tra questi due estremi sembrerebbero validi ma non ho notizie precise in merito e non le ho testate. Sarebbero da provare.

M.P: Uscire dal contesto urbano almeno un giorno alla settimana andando per esempio in un bosco potrebbe essere utile?

G:T: Certamente, avremmo un beneficio dato dalla minore esposizione se almeno un giorno alla settimana ci spostassimo in una zona meno inquinata.

M.P: Secondo lei è il caso di ripensare ai criteri di preferenza per le mete di vacanza tornando magari anche a scegliere semplicemente la campagna?

G.T: Certo, potrebbe essere un’obiettivo ripensare alle vacanze considerando anche il fattore inquinamento. Magari spostarsi in una zona vicina e meno inquinata ci permetterebbe a nostra volta di produrre meno inquinamento e sarebbe un inizio di quel cambiamento culturale di cui abbiamo bisogno.

M.P: Cos’altro si potrebbe fare?

G.T: Bisognerebbe provare ad apportare dei cambiamenti concreti anche all’interno dei territori in cui viviamo. Sarebbe importante portare le amministrazioni comunali di tutta Italia per esempio a ripensare il traffico urbano almeno su due punti: niente macchine vicino alle scuole ma invece aree pedonali. E’ fondamentale limitare le emissioni laddove i bambini stanno otto ore al giorno. E limite di 30 km/h nei centri abitati e in prossimità delle scuole: una macchina che va a minore velocità produce meno inquinamento e a noi non costa niente, se non qualche minuto in più che tutto sommato rimane uno scambio vantaggioso.

M.P: Al contrario nei giorni lavorativi ha senso non far uscire i bambini in determinate fasce orarie per evitare loro l’esposizione agli inquinanti?

Le nostre case sono più inquinate dell’esterno non possiamo salvarci chiudendo la porta e non possiamo non uscire perché c’è l’inquinamento. I bambini devono uscire lo stesso magari valutando le fasce orarie. So che Arpa Emilia Romagna, ma anche molte altre agenzie regionali, offrono on line un servizio di monitoraggio che segnala i livelli di inquinamento delle diverse fasce orarie. Nel nostro libro vengono citati degli esempi inglesi di app che calcolano i percorsi con meno inquinamento per andare a piedi da un posto all’altro. (walkit.com)

M.P: Ci sono delle piante da tenere in casa che realmente aiutino a migliorare la qualità dell’aria?

G.T: A me non risulta.

M.P: Oltre al frequente lavaggio delle mani e ai lavaggi nasali c’è altro che i genitori possono fare per limitare gli stati di infiammazione e catarro che nelle grandi città diventano per molti bambini una condizione permanente in inverno e in autunno?

G.T: No al fumo di sigaretta: ancora tanti genitori fumano sul terrazzino di casa… Ma il fumo rimane attaccato alla pelle e ai capelli e poi entra in contatto con i bambini.
Inoltre cerchiamo di non riscaldare troppo le nostre abitazioni e arieggiamo sempre, anche in inverno, perché è dentro casa che si concentra di più l’inquinamento.

M.P: Lei parla molto dell’inquinamento dato dai pesticidi e consiglia un’alimentazione biologica. Da una parte in Italia il livello di consapevolezza aumenta: comitati mense nelle scuole, gruppi solidali d’acquisto, nuove pratiche anche domestiche di agricoltura e autoproduzione ma purtroppo, come fa notare, l’inquinamento delle falde acquifere ci riguarda tutti indistintamente. A fronte di questo, sono molti i genitori che rinunciano all’alimentazione bio (che è anche circa il doppio più onerosa) perché non trovano il senso di applicare una soluzione parziale che non risolve il problema. Secondo lei quale può essere un orientamento sensato?

G.T: Le falde acquifere inquinate di solito non sono quelle degli acquedotti che fortunatamente si trovano più in profondità e quindi riescono a preservarsi maggiormente.
Comunque se io ho due fonti di inquinamento e ne tolgo almeno una sarà sempre una situazione migliore di subirle entrambi. Il cibo biologico va preferito in ogni caso, almeno la frutta che è quella che mangiamo cruda. L’Istat dice che in Italia le famiglie investono poco nella spesa alimentare : in media circa 450 euro al mese. Perché c’è l’idea errata che è meglio risparmiare sul cibo che sul nuovo aggeggio tecnologico… Bisogna ripensare alla spesa alimentare attribuendole il massimo grado d’importanza.

M.P: Allo stesso modo per quello che riguarda l’inquinamento elettromagnetico dovuto alle reti di dati c’è chi dice che non serve a niente spegnere il wi-fi la notte e tenere fuori dalla portata i cellulari, perché – soprattutto nelle aree urbane altamente industrializzate – viviamo praticamente immersi in un gigante campo elettromagnetico che non smette di agire purtroppo solo perché viene spento il wi.fi di un singolo appartamento. Cosa ne pensa?

G.T: Stesso discorso di prima: la minore esposizione da luogo a minori effetti dannosi. Se non possiamo spegnerlo, almeno teniamo lontano il cellulare e non sul comodino.
Il wi – fi fa male davvero. Lo sa che per uno studio hanno messo campioni di colture cellulari in alcune biblioteche, alcune con wi-fi e alcune senza? Si è visto che il campo magnetico favorisce le mutazioni cellulari maligne. Bisogna ripensare alle nostre necessità reali. E’ veramente imprescindibile il wi-fi acceso sempre? Io per esempio inserisco il cavo nel computer quando lavoro da casa e questo è sufficiente

M.P: Oppure si potrebbe iniziare ad inserire nei regolamenti condominiali lo spegnimento del wi-fi nelle ore notturne…

G.T: Questa è una buona idea ma mi fa capire che lei non ha ancora figli adolescenti…

M.P: In effetti non ancora… E’ vero che le lampade al sale rosa dell’Himalaya purificano gli ambienti dai campi elettromagnetici?

G.T: (ride) Non ho mai approfondito le proprietà del sale rosa dell’Himalaya ma questa mi sa tanto di bufala… Al massimo potranno assorbire le radiazioni elettromagnetiche diventando però di conseguenza loro stesse un polo di emissione.

M.P: Rispetto all’inquinamento dovuto ai prodotti per la pulizia della casa quali prodotti sarebbe opportuno scegliere?

G.T: Tutti i prodotti in commercio per la detersione della casa possono emanare composti organici nocivi come la formaldeide o altri interferenti endocrini. Vengono emanati dal barattolo anche quando questo è chiuso e sigillato, penetrando la plastica come si può intuire dall’odore degli scaffali nei supermercati. E noi li inaliamo. Quindi meno barattoli abbiamo in casa e meglio è, tenendo conto che nonostante il marketing suggerisca l’esatto opposto, può bastare un solo prodotto multiuso per tutte le superfici e l’ideale sarebbe conservarlo fuori dall’ambiente di casa, per esempio in terrazzo. E’ poi anche possibile pulire con aceto, bicarbonato, soda… Ci vuole magari più tempo e più fatica ma è anche questa un’opzione. Inoltre un consiglio per lavatrice e lavastoviglie: non atteniamoci strettamente alle dosi indicate sul prodotto detergente: a volte per ottenere piatti e panni puliti basta metà della dose consigliata… è chiaro che è nell’interesse del produttore del detersivo che noi ne consumiamo una quantità maggiore.

M.P: Sul sito Uppa ha dedicato un approfondimento ai tessuti e alle sostanze nocive che possono contenere. Proprio in relazione alla tutela della salute dei bambini ha consigliato l’utilizzo di tessuti certificati Oekotex. Se la sente di dare una soglia minima per questa indicazione, sia sugli anni che sugli indumenti?

I tessuti possono contenere sostanze nocive, spessissimo gli pfas di cui sopra, interferenti endocrini che sono molto dannosi per tutti i bambini ma soprattutto per i più piccoli… Per questo è consigliato ai genitori l’acquisto di indumenti con certificazione Oekotex che esclude la presenza di sostanze nocive nei tessuti…. Cosa le posso dire di più? Certamente se fosse possibile consiglierei ai genitori di acquistare non solo indumenti ma ogni tipo di tessuto che entra in contatto con il bambini con certificazione Oekotex almeno fino al compimento del secondo anno di età. In questo periodo i bambini hanno un’esposizione altissima agli inquinanti perché i loro sistemi enzimatici non funzionano al 100% e perché il rapporto tra il peso e il tessuto epidermico è ridottissimo… Di conseguenza i bambini – che non solo indossano, ma tante volte succhiano e smangiucchiano i tessuti – sono veramente esposti e vanno protetti. Poi è naturale che anche al di sopra dei due anni se fosse possibile consiglierei per i bambini gli indumenti Oekotex… Se però vogliamo trovare un’indicazione un po’ più sostenibile a livello economico allora direi almeno l’intimo e il pigiama. E comunque anche noi adulti dovremmo preferire le fibre tessili naturali…. Certo il Goretex è magnifico, ha delle prestazioni eccellenti… Ma contiene delle sostanze nocive che lo rendono potenzialmente cancerogeno.

E per quale motivo è liberamente in commercio?

Per lo stesso motivo per cui abbiamo gli pfas nell’acqua potabile o per cui è ancora legale il glifosato già catalogato come nocivo dallo IARC: mancano studi sulle soglie massime. E’ una questione difficilissima da affrontare, sono molti i fattori in ballo, non ultimo quello economico. E’ per questo che una maggiore consapevolezza sul tema inquinamento è fortemente necessaria.

Diritto alle origini

Diritto alle origini

Di seguito il dialogo con la senatrice Rosa Maria Di Giorgi sulla proposta di emendamento alla legge sulle Unioni Civili relativa all’affido rafforzato.

MP: Come madre di 3 figli e donna che si è sempre occupata di politica, quanto le preme che passi la legge sulle Unioni Civili, soprattutto nell’ottica di una protezione  di tutti i figli già nati in coppie omosessuali, al momento non adeguatamente tutelati dal punto di vista legislativo?

RMDG: Sono assolutamente favorevole a che vengano riconosciute le Unioni Civili e i diritti per le coppie omosessuali. Ho sempre partecipato alle lotte per i diritti di tutti e di tutte e ho lavorato in questo senso sia al CNR che nella mia città, Firenze, dove – voglio ricordarlo – ho agevolato molti progetti legati all’educazione di genere, aprendo le porte delle scuole anche alle associazioni LGBT. Mi piacerebbe quindi avere l’opportunità, per quanto riguarda il mio lavoro e le mie proposte, di parlare di contenuti senza essere superficialmente etichettata e marginalizzata come “Catto-Dem”. Nello specifico, lei mi chiede dei diritti dei figli già nati e io aggiungo che mi premono anche i diritti dei figli che nasceranno in futuro, nelle coppie omosessuali. A partire da questa urgenza, ritenendo la stepchild adoption non pienamente tutelante nei confronti del bambino, ho lavorato con altri alla proposta dell’affido rafforzato. L’affido rafforzato, a differenza della stepchild, scoraggia la surrogacy e questo bisogna ammetterlo senza ipocrisie.

MP: Perché? Se è risaputo che a ricorrere alla surrogacy sono solo per il 15% le coppie omosessuali e il restante 85% è rappresentato da coppie etero?

RMDG: Certo è così, sono le coppie eterosessuali a usufruire, per la grande maggioranza, di questa pratica. Con altrettanta onestà intellettuale però dobbiamo ammettere che, ed è palese, nel caso di coppie omosessuali la surrogacy, se non scoraggiata, può diventare sistematica proprio perché si presta a sopperire alla mancata generatività che caratterizza il tipo di unione. La surrogacy è vietata in Italia. Un quadro legislativo serio che vuole regolamentare la genitorialità omosessuale può ignorarlo? E non si tratta di un approccio discriminatorio, il tanto criticato emendamento all’articolo 5 di Della Zuanna sulla punibilità penale per tutti quelli che arrivano dall’estero con un neonato omettendone i dati reali rispetto alla sua origine biologica riguarda, evidentemente, sia eterosessuali che omosessuali. Per inciso: non è vero che il bambino finirebbe in un istituto, resterebbe nel nucleo d’appartenenza come è logico e dovuto per sua maggiore tutela. Però chi omettesse di dire la verità su informazioni tanto importanti che riguardano il minore, stiamo parlando del diritto a conoscere le proprie origini, avrebbe da affrontarne le conseguenze.

MP: C’è chi dice che solo l’apertura delle adozioni alle coppie omosessuali può veramente scoraggiare la surrogacy. Lei cosa ne pensa?

RMDG: Io penso che le adozioni sono materia forse ancora più delicata delle Unioni Civili perché si tratta di minori che partono da una situazione di svantaggio. Dobbiamo quindi creare un dibattito separato e dedicato. Personalmente sono favorevole alle adozioni per i single. Sento anche molto forte la necessità di non creare confusione nella testa dei bambini tra generatività e genitorialità.
Possiamo, se lo vogliamo, crearle le condizioni per non lasciare spazio alla confusione che nell’ambito dello sviluppo dell’identità è causa di sofferenza certa.
Il primo imprescindibile passo è proteggere il diritto del bambino a conoscere le sue origini. Il bambino, quando sarà portato dall’età a farsi questa domanda, deve poterlo sapere per legge da chi è stato generato. L’affido rafforzato prevede proprio questo: la presenza sui documenti del bambino dei nominativi dei due genitori biologici e l’affido al genitore “culturale” e non generativo fino alla maggiore età. Sarà poi il bambino, una volta diventato adulto, a eleggere il genitore affidatario a genitore a tutti gli effetti acconsentendo all’adozione.

MP: Questo è un elemento inedito: l’idea di una famiglia che si compie per volontà del figlio e non del genitore, oltre la gerarchia dei ruoli. L’affido rafforzato è però meno tutelante in materia di asse ereditario rispetto alla stepchild nel caso di morte del genitore biologico. Cosa risponde a questa critica?

RMDG: Non è così, perché in caso di morte del genitore biologico prevediamo l’adozione immediata da parte del genitore affidatario.

MP: Secondo lei quanto è pronto il nostro paese alle Unioni Civili a alla genitorialità omosessuale?

RMDG: Sono due cose diverse. Sulle Unioni Civili mi pare che siamo all’81% e me ne dispiaccio perché dovremmo essere ormai al 99%. Sulla genitorialità omosessuale siamo al 20%, non si può dire che sia un tema condiviso dagli italiani.

MP: Si dice che quando si tratta di diritti bisogna andare oltre le percentuali, lei cosa risponde?

RMDG: Sono d’accordo e infatti sono per il riconoscimento della coppia omosessuale ma anche e soprattutto per la tutela dei minori. Deve ancora arrivare chi ragionevolmente mi possa spiegare come e perché non dovremmo tutelare il diritto dei minori alla conoscenza delle loro origini. Con l’affido rafforzato non si mette in dubbio che i bambini possano crescere amorevolmente all’interno di un nucleo omosessuale ma si vuole dare in più al bambino la cognizione e il riconoscimento della sua origine, un aspetto non da poco mi sembra.

MP: La sua concezione di famiglia come nucleo sociale, in linea con la realtà di tanti paesi europei, Francia e Germania soprattutto, dove la cogenitorialità e il nucleo a più membri adulti è una situazione abbastanza ricorrente, è invisa alle destre ma anche alla comunità LGBT. Perché?

RMDG: Sulle destre è chiaro che si tratta di qualcosa che ostinatamente e anacronisticamente si vuole non vedere. Tantissime sono le realtà in Italia di nuclei non tradizionali, in cui genitori e nuovi compagni ruotano attorno ai minori, i quali hanno ben presente chi siano i genitori biologici e gli adulti di riferimento. Quindi la famiglia è già configurata come nucleo sociale aperto. Sulla comunità LGBT mi pare, anche qui, ci sia qualcosa di reazionario. Altrimenti non riesco a spiegarmi perché proprio loro, per natura portati all’apertura a più di due membri adulti per rendere il nucleo generativo, ambiscano alla stessa configurazione della famiglia tradizionale.

MP: Cosa succede nei prossimi giorni?

RMDG: Non lo so, spero si arrivi almeno a parlarne in aula dell’affido rafforzato e questo lo dico perché credo, con altri colleghi, che sia un emendamento valido nei contenuti e di sintesi rispetto a molte e diverse visioni. Sarebbe un errore bloccarlo perché forse è la chiave per far passare la legge.

IMG_3387

cambiare strada

cambiare strada

E’ Silvia che mi parla di Simone Oggionni e del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Nel suo appartamento di Roma ne ha tre copie: una l’ha prestata, una la vuole regalare a Loretta e una è la sua, tutta sottolineata e piena di appunti a cui tiene “ma non importa me lo rispedisci quando hai finito di leggerlo”. Lo leggo e ci trovo analisi puntuali sul nostro scenario sociale ed economico e proposte concrete per cambiare un sistema che ha smesso di funzionare ormai da un po’.
Segue la chiacchierata con Simone che riporto sotto.

MP: C’è nel paese la consapevolezza che serve cambiare modello di base per uscire dalla crisi? La precarietà eterogenea che ha sopraffatto la classe media e sta gradualmente attaccando la classe medio alta è ancora poco condivisa, quasi taciuta per pudore. Secondo te perché?

Simone Oggionni: Hai centrato il punto: cambiare modello. Si tratta di un imperativo drastico, che andrebbe assunto fino in fondo nella sua urgenza. Cambiare modello non significa introdurre qualche correttivo al modello vigente; non significa apportare qualche lieve modifica senza toccare la direzione di marcia. Significa cambiare strada. Cambiare la concezione del lavoro, che va garantito e redistribuito. Cambiare la concezione della ricchezza, che va socializzata. Cambiare l’idea che abbiamo di merito, che non può essere la scusa per cristallizzare le diseguaglianze. Cambiare il rapporto tra Stato e imprese. Ripensare la produzione, la sua qualità e non soltanto la sua quantità, il suo rapporto con l’ambiente. Vuol dire cambiare tutto, convertire in senso ecologico l’economia, subordinare il profitto e l’iniziativa privata all’utilità sociale.
Ecco, la questione andrebbe posta in questi termini. Ma in tutta onestà no, non penso ci sia consapevolezza di questa questione, posta in questi termini.
C’è ancora l’illusione che la crisi sia una parentesi – anche se dura da otto anni – e che tutto sommato basti qualche modifica per uscirne. Lo stesso messaggio populista, che rischia di diventare la grammatica unica della politica italiana, se da un lato è ultra-radicale nei messaggi che lancia, dall’altro nei fatti propone palliativi del tutto compatibili con lo status quo. Stai male? È colpa dell’euro, dice Grillo, o dei politici. È colpa degli immigrati, dici Salvini. È colpa delle province o dei dipendenti pubblici, dice Matteo Renzi. Non è così: è colpa del modello, a cui centro-destra e centro-sinistra in questi anni si sono adeguati, perdendo ogni capacità critica e quindi ogni potenzialità trasformativa.
Non penso sia un fatto di pudore: è semplicemente un circolo vizioso. La politica produce cattiva politica e propone risposte che non hanno forza di trasformare perché non toccano il nervo della crisi. Così facendo, abbassano il livello di coscienza e consapevolezza della gente, che ogni volta chiede o pretende di meno. Il neo-liberalismo è anche questo: un potente mezzo di distrazione di massa.

MP: Concetti come: redistribuzione, reddito di base, lavoro come mezzo per il bene comune, sono percepiti dalla maggioranza silenziosa come utopie. Perché invece è necessario partire da questi elementi per migliorare le condizioni di vita proprio della maggioranza. Fai qualche esempio di misure concrete e magari già adottate da altri paesi?

SO: Per migliorare le condizioni di vita delle persone servono più lavoro, più reddito, una più equa distribuzione delle risorse. È statisticamente provato che i paesi più diseguali (con maggiori diseguaglianze sociali) oltre a essere, per ovvie ragioni, quelli con un benessere medio inferiore, sono anche quelli più insicuri e con un tasso di patologie sociali maggiori. Per rilanciare l’economia serve più produzione e più consumo – certamente produzione e consumo di qualità, non indifferenziato – e quindi serve più reddito. E per creare un sistema equilibrato – tra spesa pubblica e ricchezza nazionale – serve più lavoro e lavoro più distribuito. Per questo le nostre proposte, dal reddito minimo garantito alla diminuzione dell’orario di lavoro, dal piano straordinario per il lavoro alla revisione del sistema fiscale in nome di un principio rigoroso di progressività fiscale, sono misure di totale buon senso. Spaventano perché non siamo più in grado di spiegarle e perché l’opera di distrazione di massa di cui parlavo prima ha prodotto effetti clamorosi. Ma non sarebbe il socialismo, si tratterebbe di piccoli passi nella direzione di una società più giusta, che però mettono in discussione – per riprendere il discorso di prima – il modello.

MP: Con lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare della robotica si è arrivati a parlare di fine del lavoro. Secondo te questo scenario è solo teorico o anche effettivo e prossimo? Ci sono dei sistemi economici validi per slegare il reddito dal lavoro?

SO: Andrei molto cauto. In termini assoluti e in termini relativi nel mondo il lavoro – anche il lavoro tradizionale, di tipo manifatturiero – aumenta, non diminuisce. Il mondo non si ferma ai confini dell’Europa e siamo soltanto ai primissimi anni di una fase di nuova industrializzazione – che riguarda paesi enormi, tra cui il continente cinese – tesa a soddisfare mercati interni sempre più estesi ed esigenti. Certo, nei paesi a capitalismo avanzato la composizione materiale del lavoro è molto cambiata. La digitalizzazione del lavoro – nonché i lavori che nascono e si sviluppano sulla rete, spesso in connessione diretta con fenomeni di carattere finanziario – producono una ridefinizione delle forme del lavoro. Il lavoro oggi è completamente cambiato e ciò muta profondamente non soltanto le forme dell’accumulazione e dell’estrazione di plusvalore ma anche, soggettivamente, chi lavora. Ma attenzione – con questi rapporti di forza, in questo modo di produzione – a sganciare il reddito dal lavoro! Sarebbe il sogno degli ultra-liberisti: avere una massa di disoccupati cronici, fare lavorare le macchine al posto degli uomini e, in cambio, per consentire la sopravvivenza del sistema, erogare somme minime di sussidio con le quali finanziare il meccanismo del consumo. Rimango dell’avviso che dentro il lavoro debba compiersi la lotta per l’egemonia, sia in termini salariali, sia in termini di diritti, sia in termini di cultura complessiva. Il reddito minimo garantito, che non è il reddito di cittadinanza incondizionato, può essere uno strumento validissimo per diminuire la ricattabilità dei disoccupati. Non può diventare l’alternativa stabile al lavoro.

MP: Sei promotore, insieme ad altri, di un nuovo soggetto politico di sinistra: SI. Come si pone SI rispetto ai partiti e ai personaggi politici già presenti sullo scenario italiano (tutti, anche rispetto a Sel)? Cosa vuole fare di nuovo?

SO: Sinistra Italiana è il tentativo di riconsegnare finalmente sovranità al nostro popolo. Noi abbiamo posto il tema, molto preciso e inequivocabile, di costruire il nuovo partito della Sinistra in questo Paese. Con una cultura politica egemonica, non minoritaria, con l’ambizione di radicarsi nel territorio e di non rimanere un soggetto virtuale o elettorale; con l’idea di consegnarsi al protagonismo di nuove generazioni. Questo è il perimetro che abbiamo tracciato. Tutto il resto sarà nelle mani di chi si metterà a disposizione e di chi, individualmente, accetterà questa sfida.
Ho parlato di tentativo, perché non c’è nulla di già conquistato, di già acquisito. Dipende davvero da tutti noi. Quale sarà il nuovo gruppo dirigente, quali saranno i contenuti di questa forza, quali saranno le priorità programmatiche, le modalità organizzative. È un campo aperto, contendibile nel senso più pieno e positivo del termine.
Questo significa che spetta a noi – a noi tutti, anche a te – evitare che sia quello che non vogliamo che diventi: la somma degli apparati, la riedizione di qualche federazione o di qualche cartello elettorale fallimentare del passato, la fotocopia di altro, la maschera di vecchie liturgie o vecchie coazioni a ripetere.
Per onestà intellettuale, bisogna dire che Sinistra Italiana è debitrice di Sel e della sua generosità, dato che Sel è il partito che ha credito sin dall’inizio a questo processo, mettendosi a disposizione fino in fondo.
Quanto al rapporto con gli altri partiti la parola d’ordine, dal mio punto di vista, è l’autonomia. Non possiamo più correre il rischio di essere la stampella di qualcun altro. Né del Partito democratico, la cui deriva a destra è inarrestabile, né del Movimento Cinque Stelle. Dobbiamo pensare a noi, al progetto che presentiamo al Paese: un progetto di governo e di cambiamento.

MP: Pensi che il femminismo, o meglio la Cura femminile del mondo  che emerge in tante avanguardie sociali (movimenti di transizione, permacultura, ecologia, critica alla femminilizzazione biocapitalista del lavoro) possa essere un buon tramite per agevolare il cambiamento senza ideologizzarlo? Sei consapevole che parole come: compagno, comunismo, lotta, danno in qualche modo fastidio all’elettorato medio? Hai intenzione di non ignorarlo?

SO: Bisogna intendersi sul significato che attribuiamo all’ideologia. Se la intendiamo come falsa coscienza, quindi come falsificazione del reale in nome di un interesse particolare, sono d’accordo nella critica. Se la intendiamo come sistema organico di idee che supporta e corrobora processi politici reali, penso sia essenziale e penso che la sua critica dagli anni Ottanta in poi sia stata ideologicamente funzionale all’affermazione totalitaria dell’ideologia dominante.
In quest’accezione: a noi serve un’ideologia, eccome. Non il pour-pourri di suggestioni e di mode, non l’eclettismo, ma un sistema organico di pensiero. Dentro questo sistema organico di pensiero è essenziale un nuovo pensiero dell’eguaglianza, una proposta economica di pianificazione e programmazione, senz’altro la lotta e il conflitto (perché non esistono diritti di natura al riparo dai rapporti di forza e dalla protervia del dominante) e – certamente – insieme a tanto altro, un nuovo pensiero ecologista e un nuovo pensiero femminista.
Un nuovo pensiero ecologista, che non sia nemico del progresso ma che ponga al centro il bisogno di un equilibrio rigoroso tra sviluppo e natura, per un sistema de-carbonizzato, che produca l’energia necessaria a vivere, che combatta alla radice le politiche che producono dissesti idrogeologici e disastri climatici, che riconosca l’acqua, l’aria, la terra beni comuni inalienabili.
Un nuovo pensiero femminista, che valorizzi la differenza, l’autodeterminazione, i desideri e non soltanto i bisogni. Da questo punto di vista “cura” è una parola meravigliosa. In fondo la politica o è cura di noi stessi, degli altri e del mondo o diventa un’altra cosa. E la Sinistra ancora di più: perde l’anima e si trasforma nel suo opposto.
Una vita degna di essere vissuta per me e per la mia generazione è quella nella quale tentare di ridare dignità e forza alla Sinistra italiana. Una forza politica che si prende cura del Paese, prendendo per mano chi soffre e chi lotta, chi ha bisogno e chi desidera. E che, con loro – non per loro, o in nome loro – cambia davvero.

so cravattamanifestoluna

Parole Libere

Parole Libere

La professoressa Eva Cantarella ha terminato il suo racconto e saluta il gruppo di visitatori del La Grande Madre. Mi avvicino e le chiedo se posso farle qualche domanda.

EC: Volentieri, mi segua mentre esco per andare a prendere la metropolitana, sono in giro da stamattina e ho l’influenza, ho proprio bisogno di tornare a casa.

MP: La prima domanda che vorrei farle, se lei ha voglia di rispondere, è se le capita di chiedersi quali sono le responsabilità delle donne della sua generazione, se ci sono, nell’attuale situazione di arretramento della condizione femminile. Cosa è successo?

EC: Certo che me lo chiedo, si…. penso che ci sia stato un problema nella trasmissione alle generazioni successive… un problema di cui non posso parlare in maniera approfondita perché io i figli non li ho avuti, non li volevo….ma penso che quello sia il nodo perché i diritti conquistati sono diventati la ”normalità” e non qualcosa da continuare a perseguire.

MP: Questo è quello che in parte dice anche Luciano Gallino, aggiungendo che la generazione che ha condotto la rivoluzione culturale si è poi data al disinteresse, all’edonismo, al benessere…..

EC: Si ecco i sociologi le sanno certo meglio di me queste cose…. E’ innegabile che il benessere ha contribuito ad abbassare i livelli di guardia, di tutti però. Non solo delle donne, e non solo della mia generazione. E poi essere femministe non era più accettabile. Tutte che negavano, che ridimensionavano. Sembrava una cosa antica, di altri tempi. Non per me perchè io ho sempre dichiarato con orgoglio di essere stata femminista.

MP: Si lo so. In parte ora la situazione sta cambiando ed il movimento femminista è di nuovo attivo anche se molto frammentato.

EC: E dove è attivo? Quali sono i luoghi del dibattito?

MP: Direi soprattutto nei movimenti e sulla rete, Ci sono tanti contributi diversi, social network, community, forum, blog. Io scrivo su un blog per esempio.

EC: E cosa è il blog? Perché non l’ho ancora capito….

MP: E’ un luogo in rete dove chiunque può scrivere e condividere con gli altri sui temi che gli interessano.

EC: Eh si ma diventa una mole immane di cose a cui stare dietro…. Troppo tempo….Preferisco dedicarlo allo studio.

MP: Certo, lo capisco perfettamente. La seconda domanda è su uno dei punti che divide il movimento femminista oggi: sex work. Secondo lei bisogna regolamentarlo o continuare a proibirlo?

EC: Mah la proibizione ha poco senso però bisogna vedere anche cosa succede se si regolamenta oggi, nella nostra situazione culturale. Si rischia di tornare a schedare la prostituta come facevano i fascisti… E poi la libertà della donna dovrebbe essere libertà di innalzarsi…

MP: Chi è pro regolamentazione dice che questo tipo di argomentazioni sulla libertà sono false e moraliste perché non si può universalizzare il proprio punto di vista a scapito di quello altrui…. E se è desiderio di alcune donne lavorare regolarmente nella prostituzione, visto che c’è il diritto all’autodeterminazione, dovrebbero poterlo fare….

EC: E di che posizione politica sono quelle che la pensano così?

MP: Direi sinistra, sono gli ambienti dei collettivi precari

EC: Anche io sono di sinistra e sull’autodeterminazione non ci sono dubbi. Ma far diventare la prostituzione un lavoro, senza aver prima discusso di cosa sia il lavoro oggi, mi sembra pericoloso… Nella situazione attuale rischiamo nuove violente marginalizzazioni.

MP: In che senso?

EC: Nel senso che anche adesso, io e lei, stiamo parlando solo della prostituta, senza affrontare il ruolo del cliente, la funzione della prestazione, le sue connotazioni sociali, il significato della parola lavoro. Noi possiamo fare anche la legge, ma dovremmo intenderci prima sulle basi.

MP: Quindi se lei si dovesse esprime pro o contro la regolamentazione, come si esprimerebbe?

EC: In questo momento non prenderei posizione ed inviterei ad un confronto più ampio le parti.

MP: E invece sulle Unioni Civili secondo lei a che punto siamo?

EC: Io sono al punto che non riesco più a sopportare tutti quelli che mi dicono che hanno paura della stepchild adoption e che se passa ci sarà l’utero in affitto in Italia. Non è così! La legge serve perché l’Italia non è scollegata dal resto del mondo e le persone sono già andate all’estero per usufruire di tecniche di concepimento che qui non sono valide. Quindi la legge serve per regolamentare situazioni già esistenti che hanno tutto il diritto di usufruire di un quadro chiaro e di tutele.

MP: Pensa che l’emendamento sull’affido rafforzato potrebbe essere utile a sciogliere questo nodo?

EC: Si potrebbe esserlo, ma sa qual è il problema? La comunità omosessuale: loro vogliono le stesse parole usate nelle situazioni tradizionali: non “Unionione Civile” ma “Matrimonio” …. E si figuri se adesso invece che stepchild adoption, che già non è la classica “adozione” andiamo su “affido rafforzato”…. Non lo accetteranno mai. Ma io dico: portiamo a casa i diritti, santo cielo! Una volta che i diritti ci sono che importanza hanno le parole? Come vede siamo all’impasse…

MP: Si anche io ho notato questa rigidità …. E’ come se da un parte volessero essere riconosciuti per la loro diversità, e dall’altra volessero essere come la maggioranza, raccontati con le stesse parole … Penso sia perché l’ identità sociale LGBT è giovane e ancora in evoluzione….

EC: Si l’identità… Può essere….

MP: Senta ma posso scriverlo, tutto quello che mi ha detto?

EC: Certo, i miei amici si arrabbieranno ma io lo dico sempre anche a loro…

MP: Grazie. Allora un’ultima domanda: nella sua biografia si parla sempre di suo padre e del suo maestro…. Mi dice invece qualcosa di sua madre?

EC: (con un grande sorriso) Mia madre era una donna eccezionale. L’hanno mandata a suonare il pianoforte dalle dame inglesi, sa era del 1909…. Lei avrebbe tanto voluto studiare. Mai una volta che mi abbia detto: ti devi sposare…. Mai, mi ha sempre incoraggiato a seguire i miei interessi, a essere me stessa. Se io e mia sorella siamo le persone che siamo lo dobbiamo a lei. Mi ricordo nel 1969 quando ci fu la trasmissione delle immagini del primo uomo sulla luna lei guardava estasiata… Voleva..

MP: Voleva essere lei.

EC: Si, mi disse che avrebbe voluto studiare aeronautica… Poter andare nello spazio….
Guardi, la Rinascente è ancora aperta… Adesso che ci penso invece di andare a casa passo a comprare le calze…

MP: Benissimo, le auguro una buona serata e la ringrazio della libertà con cui mi ha risposto.

EC: Grazie a lei delle domande.

cabiria

la Grande Madre

la Grande Madre

L’incontro con Eva Cantarella alla Grande Madre è stata un’occasione per ascoltare, in un contesto di indagine artistica contemporanea sulla maternità, una delle voci più autorevoli del femminismo italiano. Eva ha preso parte con il suo lavoro di giurista – “Ci dicevano giuriste femministe”- ai grandi cambiamenti degli anni ’70 e si è in parallelo dedicata allo studio della condizione della donna nella civiltà greca e romana, con significativi apporti alla conoscenza e preziosa attività di divulgazione. E’ una donna che, mi verrebbe da dire “nonostante” il suo background di provenienza sociale e culturale innegabilmente d’élite, ha praticato il femminismo come modo di agire nel mondo, invece di farlo diventare un mestiere.

Eva spiega con chiarezza come è stato il potere creativo della donna a determinare la sua soggezione e come la funzione procreatrice è stata la sua trappola.

La donna greca, senza diritti e mera veicolatrice di ricchezza dal padre al marito attraverso la dote, è il “recipiente” del figlio come ci insegna Eschilo nell’Agamennone e Aristotele, con la teoria della trasformazione del cibo in calore. Per i greci, con Pandora fatta di terra e acqua, e anche per le civiltà precedenti, la donna è terra/materia e l’uomo è cielo. Senza nessuna fondata ipotesi di un’originaria età dell’oro perché “se vi parlano di matriarcato vi stanno mentendo”. Tutta questa presenza della materia nel femminile ha contribuito alla connotazione delle sue qualità intellettive: l’intelligenza femminile “Metis” è già nel mito inferiore a quella maschile del “Logos” .

“Per questo quando mi capita come oggi all’Expo, e come spesso ultimamente, di sentire tutta questa esaltazione del rapporto privilegiato della donna con la terra, penso ci sia da prestare molta attenzione”.

La donna romana invece acquisisce due elementi fondamentali (ancora oggi) per emanciparsi: l’indipendenza economica, perché partecipa in pari quota con gli altri fratelli alla successione ereditaria, e l’istruzione. Le donne romane lavorano e prendono parte attivamente alla vita politica del paese come dimostrano gli scavi di Pompei. Le poesie di Sulpicia e le storiche arringhe in tribunale dell’ avvocatessa Gaia Afrania – “li voglio pronunciare i nomi di queste donne”- dimostrano a quale progresso si arriva in età romana. Risultati poi perduti durante la decadenza dell’ Impero e rimasti ineguagliati per lunghissimo tempo. Molto interessante il risvolto della medaglia: a Roma sono le donne che trasmettono alla prole i valori del patriarcato, un giogo perpetuo all’obbedienza paterna che può sciogliere solo la morte.

E poi il 900, secolo in cui la condizione femminile ha fatto più progressi che nei precedenti 3000 anni. Nel 1969 la Corte Costituzionale elimina il reato, che potevano commettere solo le donne, di adulterio e finalmente scoppia “l’unica vera rivoluzione culturale italianala: il femminismo”, con tutti quegli effetti di straordinaria liberazione che si manifestano nella riforma del diritto di famiglia del 1975 e nelle battaglie per l’autodeterminazione.

Eva ha terminato il suo racconto e saluta il gruppo. Mi avvicino e le chiedo se posso farle qualche domanda. Esco con lei da Palazzo Reale e camminiamo insieme davanti al Duomo.

Quando rientro alla mostra faccio un giro tra le opere e mi fermo spesso, in barba alla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, davanti alle foto.

In particolare c’è una foto di Marcel Duchamp travestito da Rose Selavy, non quella con l’inserimento in post produzione delle braccia femminili, proprio un primo piano di lui bellissimo, truccato da donna.

E li vicino i ritratti fotografici della donna che lui amava, Elsa von Freytag-Loringhoven, e tutta la tensione di lei verso l’allegria, la gioia. Poi il ritratto fotografico di Breton con la donna dietro le sbarre alle sue spalle, e La Madre Migrante di Dorothee Lange.

Mi sposto nella sala dell’uovo rosa di Fontana e vedendo delle installazioni video chiedo a Serena, una ragazza dello staff, se per caso c’è qualcosa di Sophie Calle.

SF: Sophie Calle… aspetti controllo meglio perché non mi è nuova… però no, non c’è…. Strano mi ricordava qualcosa…

MP: Certo, è una grande artista… Fa le installazioni foto e video…. Per esempio ha fatto quel lavoro fotografico con gli scatti di un detective ignaro che la seguiva e che lei stessa aveva ingaggiato…

SF: Si, ora ricordo! No, non c’è …. Comunque abbiamo tanto materiale che non è stato esposto per mancanza di spazio.

MP: La mostra è andata bene?

SF: Si, molte visite. E’ stata una mostra riuscita secondo me perché ha lasciato il segno.

MP: In che senso?

SF: Nel senso che i visitatori hanno avuto reazioni visibili, a volte positive, a volte negative, sintomo che si è andati a toccare un tema scottante parlando di maternità, quasi un tabù.

MP: Molto interessante. Reazioni di che tipo?

SF: A cominciare dalle espressioni facciali di chi visita la mostra…. Le facce che fanno quando si trovano davanti ad opere che rimandano al peso biologico della gravidanza…. E come se il lato biologico, e quindi naturale, fosse anche quello più oscuro… E poi reazioni di ogni tipo: per esempio una visitatrice voleva che le rimborsassimo il biglietto perché si aspettava di trovare opere di sole donne …. Un’altra che si è arrabbiata perché ha detto la mostra restituisce un’immagine della donna che non è positiva…. Insomma il tema suscita delle reazioni forti.

MP: E perché proprio la maternità è percepita in maniera così ambivalente?

SF: Beh perché oggi questa è la realtà anche fuori dalla mostra… Basta pensare alle difficoltà che incontra una donna che cerca lavoro ed è incinta o ha un bambino piccolo…

MP: E secondo te una femminista che visita la mostra che impressione ne ha? Positiva o negativa?

SF: Non saprei rispondere sulle impressioni…. Ma una delle cose più interessanti che ho sentito è stata la discussione di un gruppo di donne, penso femministe…. Dicevano che l’errore del femminismo è stato fermarsi sulla maternità, non averla affrontata fino in fondo.

MP: Grazie Serena, mi hai dato degli spunti molto validi, con grande semplicità.


IMG_5658

lotta e sorridi

lotta e sorridi

In questo post condivido qualche spunto che ho raccolto la scorsa Domenica alla manifestazione del Corriere “Il tempo delle donne” su: lavoro, creatività e nuove tecnologie.

So (ed io per prima ho pensato) che mettere insieme tre temi come questi con la pretesa di poter fornire qualche elemento utile all’emancipazione sociale e lavorativa femminile può sembrare quantomeno velleitario in questo momento, invece i contenuti emersi sono stati interessanti e non appiattiti, come forse temevo, dal peso del format “evento editoriale”.

Provando a parlare di lavoro e mancanza di lavoro,  Monica Rancati senior risorse umane alla Microsoft ha fornito l’identikit delle skills che in ambito digitale assicurano un’ immediata rilevanza del cv: IoT e cloud. L’esperienza autodidatta è la modalità da privilegiare e che l’azienda stessa privilegia, preferita di gran lunga alle certificazioni ottenute dai corsi di specializzazione digitale “oversold”, di cui le votazioni finali hanno smesso di rappresentare un valore nei parametri di selezione cedendo i punti alle esperienze di volountering. Per portare un esempio concreto della potenzialità che l’acquisizione delle skills ricercate attribuirebbe ad una candidatura, Monica ha descritto una reale situazione di ricerca personale in atto ora in Gran Bretagna: si cercano 50 alti profili in ambito digitale ma le donne che hanno le capacità necessarie per ricoprire la posizione sono solo 7 in tutto il paese. Rimangono quindi non assegnati 18 alti profili che per policy di parità l’azienda riserverebbe alle donne… Donne che faticano tuttora ad iscriversi ad informatica e ingegneria e che spesso “non sono le migliori amiche di se stesse. Sono sottopagate perché non sanno far valere il proprio lavoro”. Monica Rancati dice che il gendere gap in Microsoft non esiste e che le retribuzioni salariali non tengono assolutamente conto del genere. Zero gender gap però non è solo uguale livello salariale, ma anche possibilità di conciliazione vita lavoro che in Microsoft tentano di attuare con lo smart working (lavorare fuori ufficio con mail, tablet, rete….) . Non so quanto però l’impatto di una connessione lavorativa continua, anche se “immateriale”, possa rappresentare una soluzione di conciliazione. Anzi il ricordo delle mail sul blackburry mentre allattavo mi fa essere scettica. D’altra parte Monica stessa racconta di essersi resa reperibile telefonicamente per eventuali grosse problematiche aziendali anche il giorno di Natale, quando lavorava in Medioriente e del resto li non era festa…. La sindrome del cordone a volte colpisce anche le più in gamba.

Altra riflessione interessante e stata quella di Elisabetta Caldera su lavoro, conciliazione e cambiamento. Da direttrice risorse umane di Vodafone ha detto che se si vuole determinare un cambiamento significativo nell’organizzazione del lavoro bisogna diminuire il controllo dell’individuo, elemento dell’organizzazione d’impresa che ha fatto il suo tempo e che non può più essere praticato come nel secolo scorso. Per svincolarsi ci sono strade diverse, la riduzione della giornata lavorativa a 6 ore come in Svezia o lo smart working, ma certamente la direzione da intraprendere è questa. Concetto interessante ed espresso con un’inaspettata comunicazione non verbale di genuina urgenza su “controllo dell’individuo” che sarebbe stato bello poter approfondire.

Finisco con l’ammirazione che mi ha suscitato la storia di Francesca Fedeli, imprenditrice sociale fondatrice di “Fight the stoke”. Francesca crea l’associazione dopo la nascita di suo figlio Mario, colpito da ictus perinatale. L’associazione si occupa di mettere in rete le famiglie italiane che condividono questa esperienza e di creare risorse innovative per la riabilitazione. In questo momento stanno sviluppando una piattaforma per la videoriabilitazione che consente l’accesso e la fruizione dei contenuti terapeutici attraverso il pc.

Francesca ha scritto un libro che si chiama “Lotta e sorridi” che voglio leggere.