Silvia e il desiderio

Silvia e il desiderio

Silvia è nata nel 1976, ha una cultura medio-alta, una posizione lavorativa  manageriale nel terziario e si è appena licenziata per tentare di diventare madre. La sua piccola storia è qualcosa che ha a che fare con la rottura di un tabù moderno e il modo aperto in cui la racconta crea dei ponti tra te e lei, tra lei e il contesto generale, tra come è e come dovrebbe essere.

Ieri sono stata al ***** (nome dell’ospedale) per l’inseminazione… Vediamo come va questa volta. E comunque menomale che hanno messo le porte,  l’ingresso separato, hanno creato un po’ di privacy… Sai è difficile in quella situazione, magari sei li a gambe all’aria e passa chiunque, il personale dell’ospedale per esempio entra per discutere dei turni in continuazione. Non è bello!

Ti senti a disagio?

E’un misto tra il disagio di essere costretta a condividere con degli sconosciuti un momento così intimo e il timore di poter essere vista, magari in sala d’aspetto, da qualcuno che conosco e che così capirebbe che sto cercando una gravidanza. A Milano ho lavorato molto, conosco tanta gente ed è un attimo se capita che la voce si sparga.

E cosa succede se la voce si sparge?

Adesso niente, visto che mi sono licenziata. Ma prima era una preoccupazione fondata perché nel mio settore e per il ruolo che ricopro la gravidanza è un grosso, grosso problema.  Il datore l’associa  immediatamente a: lavoro aggiuntivo per la ricerca del rimpiazzo, minore produttività, perdita economica (anche se è risaputo che la maternità la paga l’Inps questo è innegabilmente il pensiero della dirigenza) e un lungo periodo di assenze anche dopo il rientro, legate alla gestione del bambino nei momenti di bisogno, quando per esempio capita che si ammali.

Questa è una tua percezione o hai degli elementi per esserne certa?

Ne sono certa perché io stessa partecipo, e a volte svolgo autonomamente, le selezioni del personale. Anzi posso dirteli quali sono i parametri che vengono adottati per le donne: dai 25 ai 30 ok, siamo tranquilli. La maternità si è spostata più avanti, le ragazze in quella fascia d’età hanno appena finito di studiare e vogliono impegnarsi per acquisire esperienza sul campo, quindi sono valutate portatrici di un potenziale alto rendimento. Dai 30 ai 35 anni la peste nera: in questa età le donne non vengono prese perchè la probabilità che restino incinte e le conseguenti perdite in profitto e rendimento è molto alta. Dopo i 35 anni, se la professionalità acquisita è notevole c’è qualche speranza, ma solo per quelle senza figli e solo perché si pensa che ormai non possano o non vogliano più averne.

E tu hai svolto selezioni del personale adottando questi parametri?

Certamente, è così. E non solo le ho svolte dalla parte della selezionatrice ma anche come candidata, perché  un po’ per le dinamiche legate alla “flessibilità” contrattuale, un po’ perché sono sempre alla ricerca di nuove possibilità per accrescere la mia professionalità, mi capita spesso di cambiare lavoro. Una volta uno me l’ha proprio detto in faccia: lei a quest’età ormai non avrà più intenzione di fare figli vero? Perché sarebbe un gran problema per l’azienda, ne risentiremmo in stabilità….

E tu cosa hai risposto? Ma soprattutto, come ti sei sentita a selezionare altre donne in base al loro supposto ciclo riproduttivo?

Io gli ho detto: “Mi scusi ma lei da dove è uscito? E’ stato trovato sotto un cavolo?” e l’ho salutato. Comunque si, è vero, sono stata costretta ad adattarmi, a metterli in pratica questi parametri. Il lavoro è così attualmente, non c’è molto altro da dire purtroppo.

Ed è per questo che hai deciso di licenziarti?

In parte per questo, perché l’ultima cosa che vorrei è sentirmi in colpa se dovessi rimanere incinta. E’ difficile da spiegare, so che non c’è nessuna colpa in una gravidanza ma è come se parte di me, la mia identità professionale mi viene da dire, avesse assorbito i condizionamenti che ho subito e che ho attivamente praticato. Quindi preferisco sottrarmi al conflitto in primo luogo delle mie  stesse identità, e poi a quello silenzioso ma violento che si scatenerebbe sul lavoro. Inoltre penso che i ritmi, lo stress, la qualità di vita che il mio lavoro impone sono una delle cause dei problemi di fertilità e di salute che ho, quindi visto che ho 39 anni e mi rimangono le ultime carte da giocare, voglio mettercela tutta.

Questa scelta la fai perchè puoi permetterti economicamente di non lavorare?

Non è esatto. Posso permettermelo ma fino ad un certo punto. Negli anni scorsi ho messo via un gruzzoletto a cui nei prossimi mesi attingerò. Ma oltre ad un compagno solidale ho un mutuo, quindi per i miei calcoli posso permettermi una certa tranquillità fino alla prossima estate e poi dovrò capire cosa fare.

Quindi hai pianificato tutti gli aspetti? Sai già quali sono le opzioni da mettere in pratica in ogni caso?

No veramente no. So soltanto che vorrei tantissimo essere madre e ho dovuto anche lavorare parecchio su me stessa per accettare questo desiderio in tutte le sue sfaccettature. Alla fine ce l’ho fatta e mi sono voluta dare questa possibilità.

Complimenti. Mi racconti qualcosa sulle sfaccettature?

Prima di tutto non è stato facile accettare di iniziare il percorso di fecondazione assistita. Perché volevo farcela da sola, mi sentivo diminuita nel percorrere questa strada. E poi è stato anche difficile accettare la profondità del desiderio. Come accade a molte donne, anche io ho attraversato una fase in cui mi sono chiesta se abbandonare una situazione di stabilità lavorativa ed economica fosse la cosa giusta… Ma poi ho scelto.

Sono molte le donne che secondo te rinunciano per le difficoltà di cui abbiamo parlato e non perché non vogliono figli?

Si sono molte le donne che si autocensurano. Non so come andrà a finire la mia avventura, ma sono contenta di essermi riconosciuta.

Perché vuoi diventare madre? Cosa pensi che ti porterebbe la maternità in più rispetto a quello che già hai?

Non so risponderti con esattezza. Mi viene in mente quando ero piccola e con mia madre la sera guardavamo insieme quel telefilm “Arnold”, te lo ricordi? Ero serena, ero con lei, questo bastava. Vorrei che queste situazioni si potessero ricreare e viverle da madre. Vorrei poter educare mio figlio o figlia, potergli trasmettere una parte di me e allo stesso tempo crescerci insieme. E’ qualcosa di indefinito che però sento forte dentro di me.

Secondo te perchè un desiderio come questo, che è la base della vita su questo pianeta, è entrato in forte contraddizione con il sistema sociale ed economico che ci circonda? Come pensi sia possibile riportare un po’ d’equilibrio?

Secondo me la situazione sociale ed economica, i rapporti di lavoro, la sostanza del lavoro stesso è diventata inumana e la base di tutto è il solo profitto. Perché possa esserci il ritorno dell’equilibrio serve ormai un punto di rottura decisivo ma non so dirti come e quando avverrà. Dopodiché una rivalutazione dei rapporti umani potrà forse essere la base di un nuovo sviluppo, più equo. Un po’ quello che già sta accadendo nell’associazionismo tecnologicamente avanzato.

Che ruolo ha il singolo individuo in tutto questo?

Tutti possono scegliere. Mai come ora le scelte e la consapevolezza del singolo possono fare la differenza. C’è una barzelletta che racconta di un signore che prega ogni giorno Dio perché vuol vincere la lotteria. Prega e prega ma ad un certo momento si arrabbia e si lamenta gran voce perché il desiderio non si avvera. E Dio gli risponde: io te la faccio vincere la lotteria, tu però compralo questo biglietto!…. Ecco io penso che dobbiamo tutti impegnarci a comprare il biglietto.

Speriamo in una bellissima primavera. Grazie Silvia,  che il tuo viaggio, qualunque sia, continui a portarti sempre più vicina a te stessa.

silvia

Sopra: Silvia, la madre e il fratello.

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