Da fare! Urgente! Primavera (?) 2016

Da fare! Urgente! Primavera (?) 2016

La Cura è quella parte di lavoro affettivo e domestico che tradizionalmente viene svolto dalle donne. Cura è accudire i bambini, gli anziani, i malati, la casa. E’ tenere i conti dell’economia domestica, è occuparsi delle relazioni interpersonali e adesso, sempre di più, è scegliere consapevolmente e quotidianamente tutto ciò che genera equilibrio e salute.
La Cura ha un grosso problema: è invisibile.
E questo grosso problema dipende da tre cause:

La Cura non viene riconosciuta. E’ un’attività tanto fondamentale, quanto implicita e GRATUITA. Anche se: qualcosa di nuovo e interessante sta succedendo in giro per il mondo e si, ci sono idee e sperimentazioni di reddito di base legate al riconoscimento del lavoro di Cura. Qui un ottimo approfondimento sull’argomento.

La Cura non viene condivisa. Nel nostro paese soprattutto, SE NE OCCUPANO LE DONNE. Anche se: le donne italiane colpite trasversalmente dalla crisi e schiacciate dal peso di un welfare inesistente, stanno iniziando – nel silenzio generale – a porsi delle domande, a leggere e a condividere le proprie esperienze. Qui una storia recente che riguarda 1 200 000 donne del nostro paese.

La Cura non viene valorizzata. L’economia di larga scala si fonda sul PROFITTO. Anche se: è ormai chiaro che serve cambiare modello e si parla di economia femminista! Qui ,e in tutto il sito, spunti attuali e internazionali scritti in italiano.

Cosa, in concreto, nel 2016 potrebbe far avanzare la leadership della Cura in Italia?

Il “piccolo” obiettivo strategico da raggiungere è il congedo parentale per i papà.

In Primavera – non c’è ancora una data? – il Parlamento deciderà se rendere effettiva (per ora i 2 giorni li accogliamo come gesto simbolico) la proposta della Senatrice Valeria Fedeli che prevede un congedo obbligatorio e retribuito al 100% di 15 giorni per i padri, riconoscendo formalmente il diritto/dovere di condivisione della Cura del bambino almeno per i primissimi giorni di vita.

Sarebbe un passo piccolissimo ma fondamentale per darci un segnale positivo.

Se in un momento di crisi che fatica a passare, le risorse economiche necessarie a realizzare i congedi parentali per i padri, anche solo per 15 giorni , si troveranno, allora potremo iniziare a credere che in Italia una politica per le Pari Opportunità esiste.

E’ questa la strada per assottigliare il gender gap nelle retribuzioni, perché – madre o non madre – è alla maternità che pensano quando ci assegnano un compenso inferiore a parità di mansione .

E’ questa la strada per agevolare l’occupazione femminile, perché – madre o non madre – è alla maternità che pensano quando assumono un uomo anziché noi (e a volte, purtroppo, anche quando licenziano).

E’ un inizio per riconoscere, condividere e valorizzare il lavoro di Cura di tutte noi.

Spero saremo in tante – madri e non – a ricordare alle istituzioni l’urgenza di questo piccolo e fondamentale avanzamento.

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La Cura di César

La Cura di César

César Meneghetti è un artista visivo che utilizza sia le tecniche tradizionali che le nuove tecnologie. Fino al 17 gennaio 2016, al Maxxi, espone nella mostra I\O _ IO È UN ALTRO parte del lavoro svolto negli ultimi 5 anni. Si tratta di esplorazioni realizzate insieme agli “amici” (definizione scelta da loro stessi) dei laboratori d’arte della Comunità Sant’Egidio e curate da Simonetta Lux in collaborazione con Alessandro Zuccari.

César è nato a San Paolo, in Brasile. E’ di origine italiane e vive tra San Paolo, Berlino e Roma.

Abbiamo in comune una cara amica che ci mette in contatto e il dialogo si sintonizza naturalmente sulla Cura. Io non conosco il lavoro di César, a parte quel che ho visto on line sul sito del Maxxi e César sa che voglio intervistarlo, ma non è al corrente del mio interesse per il lavoro di Cura e per la sua espansione ed integrazione nella società.

Ci vediamo su skype, lui è a Trastevere, in un appartamento messo a disposizione dalla Comunità di Sant’Egidio per il periodo iniziale della mostra e dei workshop.

MP: César, grazie di aver accettato di fare quattro chiacchiere. Appena ho letto dei workshop sul sito, tutti sull’interazione tra opera e spettatore, ho avuto la sensazione di un progetto interessante… Me lo racconti un po’?

César Meneghetti: Si, i workshop sono una parte fondamentale di questa mostra. E questa mostra è una tappa di un progetto che inizia nel 2010 che potremmo definire un mix di arte processuale, relazionale e di nuovi media. Non è la prima volta che esponiamo, siamo già stati alla Biennale di San Paolo, al Museo della Mente, alla Biennale di Venezia al Chiostro del Bramante a Roma e in altre sedi espositive… Si tratta di un percorso che continua a svilupparsi anche ora, in sede di mostra, perché attraverso le interazioni si produce nuovo materiale, nuovi contenuti.

MP: Su cos è la mostra? Chi è coinvolto?

CM: La mostra, come tutto il progetto, vuole essere una ricerca sui confini della normalità. I confini sono da sempre uno dei temi su cui mi concentro, i confini individuali, sociali e nazionali. In questo progetto ho esplorato concetti fondamentali come l’amore, la realtà, l’arte, lo spazio non da solo ma con alcuni amici. Persone che frequentano i nove laboratori d’arte che la Comunità di Sant’Egidio ha aperto a Roma. Persone con diversi tipi di disabilità, può essere mentale, fisica oppure semplicemente esclusi della società… Rom per esempio. Da qui il titolo della mostra, omaggio rivisitato al concetto “je est un autre” di Rimbaud.

MP: E cosa c’è in esposizione?

CM: Abbiamo scelto cinque opere, cinque “verifiche incerte” dal titolo del celebre lavoro sperimentale di Griffi e Barrucchello …. Ognuna è il risultato di una interazione, e voglio sottolineare la parola interazione, tra me e i partecipanti su un tema e anche, ad un altro livello, l’interazione tra l’opera che ne risulta e chi ne fruisce. Per esempio “Opera #01 #Videocabina 3” è una proiezione su uno schermo ripartito in quattro porzioni. Ogni pezzetto è occupato da una persona seduta su una sedia, che nel filmato parla di concetti fondamentali… Rispondono ad alcune domande come: cos’è la felicità’, l’amore, la solitudine… Ho montato le risposte, con un montaggio interno anche allo spazio dell’inquadratura… Ne è uscito un dialogo complessivo composto di tanti contributi, ognuno dei quali è un mondo….

MP: E’ stato difficile interagire con i partecipanti?

CM: E’ stato tanto spontaneo quanto può essere uno scambio, e il valore delle opere sta proprio in questo. La telecamera per esempio è un mezzo che ho utilizzato come semplice interfaccia, un mezzo che mi era chiaro servisse per registrare, non per dirigere. Questo era il mio intento ed è stato percepito. Una ragazza, che lavora nei laboratori come volontaria, mi ha detto che alcuni racconti o riflessioni erano nuovi per lei, nonostante conoscesse i partecipanti da anni, certe cose le aveva sentite per la prima volta durante la lavorazione. Lo scambio, l’apertura all’altro che è alla base del progetto, ha reso possibile delle piccole magie, tipiche dell’arte, del resto.

MP: In che senso? Mi puoi fare degli esempi?

CM: Per esempio in un’altra opera presente in mostra, si chiama “Ex- Sistentia” ci sono cinquanta schermi, come cinquanta stelle nella notte, e in ognuna ho ripreso Gabriele, i suoi movimenti nello spazio. Dopo aver concluso l’opera ho saputo dagli operatori che uno dei problemi di Gabriele è nella percezione delle distanze. Solo dopo, non prima. L’opera parla del movimento nello spazio e anche, senza che io ne avessi il controllo, propio di Gabriele e della sua particolare e fuori dal comune percezione dello spazio. O anche quest’episodio…. Stavamo in laboratorio, a lavorare in gruppo, solo che loro erano un po’ distratti, ridacchiavano, chiacchieravano… Io ho alzato la voce e ho detto “ Insomma adesso basta, questa è arte. Non sono i lavoretti da esporre in parrocchia. Possono anche chiamarci a Venezia, facciamo sl serio qui.” Tutti zitti, uno alza la mano – lo fa sempre – alza la mano e dice “io, io”. Si, cosa c’è, gli dico. “In Pullman a Venezia, in gita”. Lui si era già visto sul pullman che partiva per Venezia. E quell’anno siamo stati veramente invitati a Venezia, non ad esporre, ma alla cerimonia d’apertura e ci siamo andati però non in pullman ma in treno.

MP: Come è stato accolto il progetto?

CM: Non è univoca la risposta. Per esempio potrei dirti ottimamente visto che ora stiamo esponendo al Maxxi, in Italia secondo me un punto di riferimento per l’arte contemporanea, e siamo stati anche alla Biennale di Venezia… E potrei dirti che è stato accolto male perché alcuni hanno parlato di ricerca quasi immorale, quasi pornografica, nel suo realismo. Un mio amico mi ha detto che non sarebbe venuto all’inaugurazione perché non voleva che la sua bambina piccola vedesse. In più ho potuto sperimentare da alcuni anche una sorta di preconcetto…. Per loro non poteva essere arte ma al massimo arte-terapia, solo perché coinvolgeva persone “non normali”…

MP: E secondo te è arte? E cosa è l’arte?

CM: Una delle domande che ho fatto a queste persone “non normali” è “cosa è la realtà?” “La realtà è Mirko Ghezzi” mi sono sentito rispondere heideggerianamente proprio da Mirko… Si, secondo me è arte.  E l’arte è l’unica delle elaborazioni umane che ancora unisce. Che abbatte le divisioni tra un essere e un altro essere, tra persona e persona, realizza l’uguaglianza degli esseri umani. L’ideologia, le divisioni politiche, l’economia e la religione dividono. L’arte unisce. L’arte non può essere arte se lascia qualcuno indietro. Durante il lavoro ho potuto vedere queste persone spiccare il volo, sentirsi vivi nel fare arte, e poi atterrare, tornare ai loro corpi e alle loro esistenze fallate. Queste opere sono dispositivi per ascoltare ed essere ascoltati. Consentono interazione, producono inclusione. Questa mostra è un grido nel sistema reificato dell’arte che non ha altro senso se non quello del valore di mercato. Secondo la curatrice della mostra Simonetta Lux, che è stata allieva di Argan, esistono due tipi di arte: l’arte cosmetica, quella della bellezza di superficie, tu che sei di Milano basta che pensi al glamour della moda per intenderci, e l’arte vera, che trasforma l’uomo che la fa. Io voglio appartenere alla seconda. E ci appartengono tante delle persone che hanno collaborato con me a questo progetto…. Vorrei parlare e dire i nomi di tutti.

MP: Scegline qualcuno e parlamene

CM: Su Marianna Caprioletti abbiamo fatto una mostra “Duplicazioni, Traduzioni e Trasformazioni” nel 2012 al Museo di Roma in Trastevere. Lei ha una forma di autismo che la fa vivere in isolamento ed ha iniziato a dipingere da piccola, quando stava in un istituto per sordi. Rivisita i lavori dei grandi maestri dell’arte e, attraverso l’incontro che nasce tra il suo lavoro grafico e questi pezzi della storia dell’arte, incontra il mondo… Quando ho curato la sua mostra personale, mi sono dovuto sforzare di includere la sua biografia e la sua storia di disagio perché la bellezza dei suoi lavori era tanta e non volevo che venisse intaccata… Ma ho avuto fiducia negli spettatori ed è andata molto bene. Poi C’è Giovanni Fenu, di Cagliari. Negli anni ’70 viene a Roma per lavorare, quando dopo tre anni torna in Sardegna, scopre che è morta la donna che amava e si spegne, smette di vivere. Finisce proprio all’Ospedale di Santa Maria della Pietà (anche Marianna è stata rinchiusa li) dove ora c’è Il Museo della Mente. Ci rimane anni, subendo le “cure” che la società riservava alle persone come lui…. regolari elettroshock. Per lui è una rivincita importante esporre proprio li, nell’ex ospedale, dove era rinchiuso. Quando abbiamo esposto i suoi lavori al Chiostro del Bramante, la gente pensava fossero i quadri di Chagall, in mostra al piano di sopra. E poi c’è Roberto Mizzon, sopravvissuto alla meningite nel 1958 con forte disabilità fisica. Viene da una famiglia contadina, sarebbe stato un uomo forte e concreto senza la malattia, come lo sono i suoi quadri, iper materici, sembra Burri. Lui era dalle suore, lo picchiavano e gli facevano subire altri tipi di violenze. I suoi quadri sono tutti di formato quadrato, come la finestra attraverso cui guardava fuori.

MP: Come hai fatto a non lasciarti sopraffare da tutto questo dolore?

CM: E’ banale da dire ma attraverso l’amore. Mi sono avvicinato a loro con un atteggiamento amorevole e questo ha portato amore e trasformazione anche in me. Ho a lungo vissuto in una condizione di indifferenza, come se vivere o morire in fondo fosse uguale. Durante il progetto ho vissuto una trasformazione anche personale, è nata la mia bambina… E’ stato come una cospirazione del cosmo per farmi sentire l’amore. E l’ho sentito. Ho preso l’aereo di recente e ho sperato che tutto andasse bene, perché adesso la differenza tra vivere e morire la sento. Faccio finalmente parte dell’umanità, una cosa nuova per me.

MP: Mi sembra che il tuo approccio artistico sia per un cambiamento anche politico, per una società diversa. E’ così?

CM: Si. Secondo me l’arte in questo momento si rivela una delle poche elaborazioni ancora in grado di generare visioni per una società migliore, diversa… Il capitalismo spietato e selvaggio cosi com’è oggi non funziona, neanche per i ricchi, c’è poco da fare… Io vorrei per esempio che il presidente del Brasile mi interpellasse, insieme ad altri artisti, per cambiare modello di società, potremmo secondo me fornire un contributo valido.

MP: Perché il capitalismo non funziona neanche per i ricchi?

CM: Mah guarda a San Paolo c’è molta paura, molto odio sociale… Da una parte i media spingono tutti a desiderare: il telefonino, la macchina, il vestito… E la maggioranza non può assolutamente permetterselo. Dall’altra c’è una ristretta minoranza che ha tutto, il lusso più sfrenato, hanno le Lamborghini, ville immense… Però questi vivono nella paura. Qualche tempo fa per strada, mentre andava a comprare le sigarette, hanno bruciato vivo un dentista molto ricco, senza rubargli niente solo per punirlo della sua ricchezza. E allora capisci che se anche sei ricco ma devi vivere con questo timore, che senso ha?

MP: Già. Secondo me è attraverso il riconoscimento e l’integrazione del lavoro di cura che si può cambiare la situazione… Con un reddito di base che consente la redistribuzione della ricchezza e l’idea che la Cura di te stesso e degli altri sia la base della società e dell’economia. L’arte contemporanea secondo te parla di questo?

CM: Ah ecco è in questo senso che intendi la Cura… Si, non solo io, ma tanti altri artisti lavorano al superamento del capitalismo… E’ un tema che c’è, è nell’aria, guarda per esempio la grande rivalutazione di Pasolini quest’anno, certo anche perché ricorreva l’anniversario, ma non solo.

MP: E sulla liberazione dell’identità, anche questo tema centrale nella contemporaneità, cosa mi dici?

CM: L’unica identità autentica è quella personale. Le altre, l’identità nazionale soprattuto, sono fittizie. Per liberare l’ identità bisogna abbandonare l’ego. L’identità è il sé superiore a cui alludono i maestri zen.

Ho raccolto molto più di quanto potevo immaginare. Saluto César e la sua piccola bambina riccia, bionda e insonne.

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1 200 000 colpi

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L’appuntamento telefonico per l’intervista con Lorella Zanardo è per la mattina del 23 Novembre, un mese dopo la pubblicazione del post che ha attirato la mia attenzione. Sulla pagina fb de Il Corpo delle Donne il 23 ottobre esce un trafiletto che parla di donne, malattia e lavoro di Cura. Ne seguo l’andamento, la diffusione è molto buona, già il 24 Ottobre le condivisioni sono più di 300 e 200 000 è il numero delle letture. Si tratta di una storia semplice, drammatica e comune: una donna apprende dal suo medico di doversi organizzare perché presto, a causa di una malattia degenerativa, non sarà più autonoma. La donna di mezza età, che si occupa di suo padre ormai anziano, dei figli non ancora autonomi e del cane, incassa la notizia e, senza il lusso di fermarsi a metabolizzare, già pensa a come impostare le consegne per tutti. A se stessa penserà dopo. Il post conclude così “Il rapporto Censis racconta di un welfare sulle spalle delle donne italiane, che si fanno carico di tutto ciò che lo Stato non è in grado di garantire. De Rita parla di vero e proprio burnt-out delle donne, esaurimento totale.(…)Della solitudine delle donne mature, del loro carico di lavoro, del loro essere lasciate sole quando sono loro ad ammalarsi, non si parla.Voi raccontatemi. Io ne parlerò parecchio prossimamente”.

Bastano poche parole per aprire un dialogo diretto con una vasta platea di persone sul tema difficile e fondamentale del lavoro di Cura. L’attenzione ai diritti delle donne è il filtro per esplorare il contesto: welfare assente, sfruttamento “di Stato” del lavoro di Cura, mancato riconoscimento…. L’ efficacia dell’operazione in termini di diffusione del tema impressiona.

Il riconoscimento e l’integrazione del lavoro di cura, secondo me, sono necessari in tutti gli ambiti del vissuto perché tutti, in quanto esseri umani, agiamo la cura verso noi stessi e verso gli altri. Nel 2015 questo dovrebbe essere finalmente riconosciuto e valorizzato attraverso un reddito di base. Inizierebbe così la transizione verso un’economia circolare, in cui il lavoro è un mezzo per produrre bene comune e non profitto e la ricchezza verrebbe redistribuita.

Spesso mi chiedo come fare per condividere, oltre al mio entourage di un centinaio d’anime, questo tema complesso, legato a filo doppio al tabù della generatività femminile e impregnato di “pretese” politico/economiche.

Adesso posso chiederlo a Lorella che, non necessariamente condividendo tutte queste declinazioni della Cura, è riuscita a veicolare con potenza l’argomento.
Il documentario “Il Corpo delle donne” è stato visto da dieci milioni di persone, mi chiedo che cambiamento epocale potrebbe esserci se arrivassimo a questa capillarità con il racconto dell’espansione della Cura femminile nel mondo….

Quando la chiamo al telefono sono le 8,45 di mattina. La voce è rilassata e le risposte sono limpide, da subito.

MP: Come va ultimamente? Ho visto che riceve molte richieste per una nuova mobilitazione… Ho visto anche che ha scritto di SNOQ e della delusione per gli esiti nulli di quella bella esperienza …

LORELLA ZANARDO: C’era un movimento molto interessante, variegato e potente. Un movimento che ha portato in piazza un milione di donne unite contro la decadenza del loro paese. Questo movimento è stato silenziato, scambiato in cambio di posizioni e potere..

MP: Posso scrivere che è stato scambiato?

LZ: Scambiato non è la parola giusta… SNOQ ha quasi interrotto la sua attività dopo le elezioni: molte donne del movimento ora sono nelle fila dei partiti (non solo Pd) e non hanno più coltivato quel formidabile bacino di un milione di donne che sarebbero state pronte ad attuare il cambiamento che da tanto attendiamo in Italia… Ma la cosa più triste è che non credo che questo sia avvenuto a seguito di una richiesta da parte dei partiti… E’ come se fosse subentrata una “pigrizia”, una distanza inerte tra le donne delle posizioni apicali e quelle della base che ha bloccato tutto. Penso che se ci mettessimo ad analizzare le cause di questo epilogo troveremmo un po’ di tutto: rapporti problematici tra donne e donne e tra donne e potere, sottomissione quasi “genetica” al patriarcato cha in Italia si insinua muta anche la dove non te lo aspetti, ma soprattutto non si è creduto abbastanza in quegli ideali che ci hanno animate.

MP: Avevamo avuto la sensazione che la vicinanza ai partiti fosse “pericolosa”….

LZ: Sei della Rivoluzione Gentile, le donne pugliesi… Ricordo dell’appoggio a Vendola ma nient’altro successivamente….

MP: La Rivoluzione Gentile è poi diventa associazione nazionale, con presenze in varie regioni e attività primaria a Roma. Senza accordi con nessuna sigla politica. Non ci finanzia nessuno, e infatti abbiamo pochissimi soldi e riusciamo a produrre poco.

LZ: Farsi finanziare o anche raggiungere delle posizioni apicali retribuite bene non è sbagliato. Diventa sbagliato se questi soldi annullano l’attività che stai portando avanti. Non biasimo chi ha accettato posizioni istituzionali… Solo, bisognerebbe mettersi al servizio della causa una volta che si hanno i mezzi per farlo…Negli altri paesi questa si chiama attività di lobby, qui siamo lontane anni luce. Tutte queste donne di governo sorridenti, accondiscendenti… sono inquietanti.

MP: Il potere, i ruoli apicali… il patriarcato è anche qualcosa che abbiamo dentro, che porta a resistere al cambiamento…. Invece, è molto verso il cambiamento la sua attività di sensibilizzazione sul lavoro di Cura… Mi dice come è nata l’idea di affrontare il tema?

LZ: Chi mi conosce sa che questi argomenti mi stanno molto a cuore, soprattutto perché riguardano da vicino una categoria considerata reietta: le donne anziane. Dallo studio europeo “Donne e Media” risulta che le donne non più giovani vengono rappresentate in TV solo nel 4% dei casi, e quando vengono rappresentate sono in disgrazia. Soprattutto in un paese come il nostro, in cui il 98,7 % della popolazione guarda la televisione, se non vieni rappresentato non esisti. Queste donne che si sobbarcano con fatica tutto sulle loro spalle non esistono. Sai quante letture ha avuto il post “Caregiver”? Prova a dire un numero…

MP: Subito dopo la pubblicazione, erano 200 000 letture. Ora quante sono?

LZ: il post è stato letto da 1 200 000 persone, in maggioranza donne. Questo numero è gigantesco, supera la diffusione di qualsiasi articolo di giornale e se fossimo in un paese in cui c’è interesse per la necessità delle persone, qualcuno del governo se ne sarebbe almeno accorto e avrebbe dato un qualche seguito alla cosa, invece: il silenzio.

MP: E’ incredibile. Come ha fatto a far arrivare un tema così difficile a tutte queste persone?

LZ: Uso lo storytelling, associo i temi alle storie. In rete se racconti una storia, le persone s’immedesimano, leggono perché si sentono rappresentate. Un saggio invece non legge nessuno. Te lo posso dire con certezza perché l’ho sperimentato. Quando scrivi devi cercare il contatto con l’altro e poi praticarlo nei luoghi reali, questo contatto.

MP: E chi sono le persone che hanno letto? Me le descrive in base a dati e incontri reali?

LZ: In maggioranza sono donne di mezza età, poi ci sono le donne giovani e poi anche gli uomini giovani.

MP: E come si pongono rispetto al tema?

LZ: Le donne di mezz’età sono rassegnate, per loro è normale che la Cura non sia riconosciuta, si sentono predestinate a questa situazione. Se ci potesse essere un modo per cambiare, se qualcuno potesse trovarlo, certo sarebbe un miracolo, una liberazione. Ma la realtà per loro è di accettazione e di fatica quotidiana per andare avanti. Le donne giovani, che spesso si occupano di genitori infermi, hanno lo stessa idea di predestinazione al ruolo ma in più hanno una rabbia smisurata per il fatto di subirne le conseguenze. Gli uomini, soprattutto giovani, pensano anche loro che la Cura sia il destino della donna e vengono confermati in questa credenza sia dalle loro esperienze personali, sia da quello che gli arriva dall’esterno.

MP: Un quadro generale abbastanza difficile, ma è stato intercettato il bisogno…

LZ: Guarda, io sono sul territorio, agli incontri nei teatri, nelle scuole… La situazione è disastrosa, c’è un alto tasso di analfabetismo di ritorno, parlare di diritti delle donne, quelli basilari intendo, come l’aborto e il rifiuto della violenza, è qualcosa di molto impegnativo. I bisogni sono molteplici, c’è tantissimo da fare, ma bisogna uscire dai circoli, dalle elite culturali e andare incontro alle persone . Basta al femminismo come esercizio intellettuale. Io faccio un umile femminismo porta a porta e funziona. Perché le ragazzine nelle scuole, che mi chiedono sgranando gli occhi se sono femminista, hanno paura di avvicinarsi ma allo stesso tempo ne sentono il bisogno, sono alla disperata ricerca di un modello che non trovano da nessuna parte. La gente guarda la tv generalista, Rai, Mediast e stop. Gli altri canali hanno uno share irrilevante. E questa la realtà con cui bisogna confrontarsi.

MP: Quindi la tv è il punto di partenza per capire in che modo diffondere i temi dell’emancipazione?

LZ: Certo, o andiamo a parlare direttamente in tv, ma questo non è possibile, oppure della tv devi conoscere il linguaggio, i contenuti e avere l’umiltà di muoverti partendo da quelli. Guardare la tv è un diritto. Al nord ci sono due tv a famiglia, al centro sud, anche una a stanza. Se hai rispetto per le persone con cui vuoi entrare in contatto devi partire da loro, dal loro modo di esprimersi, dalle modalità d’interazione a cui sono abituati. Solo così hai speranza. Ed è per questo che l’educazione all’immagine e ai media riveste un ruolo così fondamentale per me. Io non sono una fan della televisione, avrei tante altre cose belle da fare … Anche a me piace il Cinema, amo Dreyer, come sa raccontare le donne, vorrei scriverne prima o poi, anzi avevo iniziato a farlo e poi mi sono resa conto, con onestà intellettuale, che non era il momento, che dovevo continuare il mio lavoro…

MP: Perché cosa è successo?

LZ: Ad un incontro in una grande azienda milanese, una ragazza, con laurea e master a pieni voti, mi ha detto che non sapeva che in Italia fosse possibile abortire e che aveva sempre pensato che se le fosse capitato avrebbe dovuto andare all’estero. Capisci? Il livello è questo. Ho messo da parte Dreyer per il momento.

MP: Capisco. Le faccio un ultima domanda. Secondo lei il riconoscimento del lavoro di Cura potrebbe essere un tema importante su cui unirsi per produrre cambiamento anche sociale, nel lavoro, nell’economia? Il femminismo deve contribuire a cambiare il paradigma di base adesso?

LZ: Si il femminismo deve e può cambiare il modello di base della società. Quel milione di donne non sono sparite nel nulla. Il discorso sul riconoscimento del lavoro di Cura è interessante, avevamo anche scritto qualcosa di bello a riguardo, Primum Vivere era il titolo, il manifesto della Libreria delle Donne di Milano, magari dagli un’occhiata…Però ripeto, non cedere alla tentazione, che ha isolato il femminismo storico, di soddisfare l’intelletto… Perché questo allontana dai risultati concreti… Il cambiamento si fa con l’apertura non solo della testa, ma del cuore, della pancia, agli altri e alle altre, tutti e tutte… A proposito di femminismo storico … Era tua l’intervista alla prof. Cantarella, giusto?

MP: Si, perché?

LZ: La prof. Cantarella è magnifica, mia figlia studia storia sui libri scritti da lei, con un riquadro dedicato alle donne per ogni capitolo… La conosco e ha la mia stima, ma non sono d’accordo su una cosa… Lei dice che il femminismo è entrato in crisi perché non c’è stata trasmissione, associando la trasmissione alla maternità. Solo che la trasmissione del femminismo come via per l’emancipazione non avviene pensando al proprio ruolo di madre, ai propri figli… Avviene perché si crede nel patto intergenerazionale, si ha a cuore tutta la generazione successiva. Una prospettiva molto diversa…

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