cambiare strada

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E’ Silvia che mi parla di Simone Oggionni e del suo libro “Manifesto per la Sinistra e l’Umanesimo Sociale” scritto con Paolo Ercolani per Mimesis. Nel suo appartamento di Roma ne ha tre copie: una l’ha prestata, una la vuole regalare a Loretta e una è la sua, tutta sottolineata e piena di appunti a cui tiene “ma non importa me lo rispedisci quando hai finito di leggerlo”. Lo leggo e ci trovo analisi puntuali sul nostro scenario sociale ed economico e proposte concrete per cambiare un sistema che ha smesso di funzionare ormai da un po’.
Segue la chiacchierata con Simone che riporto sotto.

MP: C’è nel paese la consapevolezza che serve cambiare modello di base per uscire dalla crisi? La precarietà eterogenea che ha sopraffatto la classe media e sta gradualmente attaccando la classe medio alta è ancora poco condivisa, quasi taciuta per pudore. Secondo te perché?

Simone Oggionni: Hai centrato il punto: cambiare modello. Si tratta di un imperativo drastico, che andrebbe assunto fino in fondo nella sua urgenza. Cambiare modello non significa introdurre qualche correttivo al modello vigente; non significa apportare qualche lieve modifica senza toccare la direzione di marcia. Significa cambiare strada. Cambiare la concezione del lavoro, che va garantito e redistribuito. Cambiare la concezione della ricchezza, che va socializzata. Cambiare l’idea che abbiamo di merito, che non può essere la scusa per cristallizzare le diseguaglianze. Cambiare il rapporto tra Stato e imprese. Ripensare la produzione, la sua qualità e non soltanto la sua quantità, il suo rapporto con l’ambiente. Vuol dire cambiare tutto, convertire in senso ecologico l’economia, subordinare il profitto e l’iniziativa privata all’utilità sociale.
Ecco, la questione andrebbe posta in questi termini. Ma in tutta onestà no, non penso ci sia consapevolezza di questa questione, posta in questi termini.
C’è ancora l’illusione che la crisi sia una parentesi – anche se dura da otto anni – e che tutto sommato basti qualche modifica per uscirne. Lo stesso messaggio populista, che rischia di diventare la grammatica unica della politica italiana, se da un lato è ultra-radicale nei messaggi che lancia, dall’altro nei fatti propone palliativi del tutto compatibili con lo status quo. Stai male? È colpa dell’euro, dice Grillo, o dei politici. È colpa degli immigrati, dici Salvini. È colpa delle province o dei dipendenti pubblici, dice Matteo Renzi. Non è così: è colpa del modello, a cui centro-destra e centro-sinistra in questi anni si sono adeguati, perdendo ogni capacità critica e quindi ogni potenzialità trasformativa.
Non penso sia un fatto di pudore: è semplicemente un circolo vizioso. La politica produce cattiva politica e propone risposte che non hanno forza di trasformare perché non toccano il nervo della crisi. Così facendo, abbassano il livello di coscienza e consapevolezza della gente, che ogni volta chiede o pretende di meno. Il neo-liberalismo è anche questo: un potente mezzo di distrazione di massa.

MP: Concetti come: redistribuzione, reddito di base, lavoro come mezzo per il bene comune, sono percepiti dalla maggioranza silenziosa come utopie. Perché invece è necessario partire da questi elementi per migliorare le condizioni di vita proprio della maggioranza. Fai qualche esempio di misure concrete e magari già adottate da altri paesi?

SO: Per migliorare le condizioni di vita delle persone servono più lavoro, più reddito, una più equa distribuzione delle risorse. È statisticamente provato che i paesi più diseguali (con maggiori diseguaglianze sociali) oltre a essere, per ovvie ragioni, quelli con un benessere medio inferiore, sono anche quelli più insicuri e con un tasso di patologie sociali maggiori. Per rilanciare l’economia serve più produzione e più consumo – certamente produzione e consumo di qualità, non indifferenziato – e quindi serve più reddito. E per creare un sistema equilibrato – tra spesa pubblica e ricchezza nazionale – serve più lavoro e lavoro più distribuito. Per questo le nostre proposte, dal reddito minimo garantito alla diminuzione dell’orario di lavoro, dal piano straordinario per il lavoro alla revisione del sistema fiscale in nome di un principio rigoroso di progressività fiscale, sono misure di totale buon senso. Spaventano perché non siamo più in grado di spiegarle e perché l’opera di distrazione di massa di cui parlavo prima ha prodotto effetti clamorosi. Ma non sarebbe il socialismo, si tratterebbe di piccoli passi nella direzione di una società più giusta, che però mettono in discussione – per riprendere il discorso di prima – il modello.

MP: Con lo sviluppo delle nuove tecnologie e in particolare della robotica si è arrivati a parlare di fine del lavoro. Secondo te questo scenario è solo teorico o anche effettivo e prossimo? Ci sono dei sistemi economici validi per slegare il reddito dal lavoro?

SO: Andrei molto cauto. In termini assoluti e in termini relativi nel mondo il lavoro – anche il lavoro tradizionale, di tipo manifatturiero – aumenta, non diminuisce. Il mondo non si ferma ai confini dell’Europa e siamo soltanto ai primissimi anni di una fase di nuova industrializzazione – che riguarda paesi enormi, tra cui il continente cinese – tesa a soddisfare mercati interni sempre più estesi ed esigenti. Certo, nei paesi a capitalismo avanzato la composizione materiale del lavoro è molto cambiata. La digitalizzazione del lavoro – nonché i lavori che nascono e si sviluppano sulla rete, spesso in connessione diretta con fenomeni di carattere finanziario – producono una ridefinizione delle forme del lavoro. Il lavoro oggi è completamente cambiato e ciò muta profondamente non soltanto le forme dell’accumulazione e dell’estrazione di plusvalore ma anche, soggettivamente, chi lavora. Ma attenzione – con questi rapporti di forza, in questo modo di produzione – a sganciare il reddito dal lavoro! Sarebbe il sogno degli ultra-liberisti: avere una massa di disoccupati cronici, fare lavorare le macchine al posto degli uomini e, in cambio, per consentire la sopravvivenza del sistema, erogare somme minime di sussidio con le quali finanziare il meccanismo del consumo. Rimango dell’avviso che dentro il lavoro debba compiersi la lotta per l’egemonia, sia in termini salariali, sia in termini di diritti, sia in termini di cultura complessiva. Il reddito minimo garantito, che non è il reddito di cittadinanza incondizionato, può essere uno strumento validissimo per diminuire la ricattabilità dei disoccupati. Non può diventare l’alternativa stabile al lavoro.

MP: Sei promotore, insieme ad altri, di un nuovo soggetto politico di sinistra: SI. Come si pone SI rispetto ai partiti e ai personaggi politici già presenti sullo scenario italiano (tutti, anche rispetto a Sel)? Cosa vuole fare di nuovo?

SO: Sinistra Italiana è il tentativo di riconsegnare finalmente sovranità al nostro popolo. Noi abbiamo posto il tema, molto preciso e inequivocabile, di costruire il nuovo partito della Sinistra in questo Paese. Con una cultura politica egemonica, non minoritaria, con l’ambizione di radicarsi nel territorio e di non rimanere un soggetto virtuale o elettorale; con l’idea di consegnarsi al protagonismo di nuove generazioni. Questo è il perimetro che abbiamo tracciato. Tutto il resto sarà nelle mani di chi si metterà a disposizione e di chi, individualmente, accetterà questa sfida.
Ho parlato di tentativo, perché non c’è nulla di già conquistato, di già acquisito. Dipende davvero da tutti noi. Quale sarà il nuovo gruppo dirigente, quali saranno i contenuti di questa forza, quali saranno le priorità programmatiche, le modalità organizzative. È un campo aperto, contendibile nel senso più pieno e positivo del termine.
Questo significa che spetta a noi – a noi tutti, anche a te – evitare che sia quello che non vogliamo che diventi: la somma degli apparati, la riedizione di qualche federazione o di qualche cartello elettorale fallimentare del passato, la fotocopia di altro, la maschera di vecchie liturgie o vecchie coazioni a ripetere.
Per onestà intellettuale, bisogna dire che Sinistra Italiana è debitrice di Sel e della sua generosità, dato che Sel è il partito che ha credito sin dall’inizio a questo processo, mettendosi a disposizione fino in fondo.
Quanto al rapporto con gli altri partiti la parola d’ordine, dal mio punto di vista, è l’autonomia. Non possiamo più correre il rischio di essere la stampella di qualcun altro. Né del Partito democratico, la cui deriva a destra è inarrestabile, né del Movimento Cinque Stelle. Dobbiamo pensare a noi, al progetto che presentiamo al Paese: un progetto di governo e di cambiamento.

MP: Pensi che il femminismo, o meglio la Cura femminile del mondo  che emerge in tante avanguardie sociali (movimenti di transizione, permacultura, ecologia, critica alla femminilizzazione biocapitalista del lavoro) possa essere un buon tramite per agevolare il cambiamento senza ideologizzarlo? Sei consapevole che parole come: compagno, comunismo, lotta, danno in qualche modo fastidio all’elettorato medio? Hai intenzione di non ignorarlo?

SO: Bisogna intendersi sul significato che attribuiamo all’ideologia. Se la intendiamo come falsa coscienza, quindi come falsificazione del reale in nome di un interesse particolare, sono d’accordo nella critica. Se la intendiamo come sistema organico di idee che supporta e corrobora processi politici reali, penso sia essenziale e penso che la sua critica dagli anni Ottanta in poi sia stata ideologicamente funzionale all’affermazione totalitaria dell’ideologia dominante.
In quest’accezione: a noi serve un’ideologia, eccome. Non il pour-pourri di suggestioni e di mode, non l’eclettismo, ma un sistema organico di pensiero. Dentro questo sistema organico di pensiero è essenziale un nuovo pensiero dell’eguaglianza, una proposta economica di pianificazione e programmazione, senz’altro la lotta e il conflitto (perché non esistono diritti di natura al riparo dai rapporti di forza e dalla protervia del dominante) e – certamente – insieme a tanto altro, un nuovo pensiero ecologista e un nuovo pensiero femminista.
Un nuovo pensiero ecologista, che non sia nemico del progresso ma che ponga al centro il bisogno di un equilibrio rigoroso tra sviluppo e natura, per un sistema de-carbonizzato, che produca l’energia necessaria a vivere, che combatta alla radice le politiche che producono dissesti idrogeologici e disastri climatici, che riconosca l’acqua, l’aria, la terra beni comuni inalienabili.
Un nuovo pensiero femminista, che valorizzi la differenza, l’autodeterminazione, i desideri e non soltanto i bisogni. Da questo punto di vista “cura” è una parola meravigliosa. In fondo la politica o è cura di noi stessi, degli altri e del mondo o diventa un’altra cosa. E la Sinistra ancora di più: perde l’anima e si trasforma nel suo opposto.
Una vita degna di essere vissuta per me e per la mia generazione è quella nella quale tentare di ridare dignità e forza alla Sinistra italiana. Una forza politica che si prende cura del Paese, prendendo per mano chi soffre e chi lotta, chi ha bisogno e chi desidera. E che, con loro – non per loro, o in nome loro – cambia davvero.

so cravattamanifestoluna

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