La cena di Toni

La cena di Toni

 Io e Toni iprendendo Toni edit
La cena di Toni è l’ultimo film di Elisabetta Pandimiglio e parla di resilienza. 
Toni è un giornalista affermato, un uomo colto, attivo e curioso che a un certo punto del sua vita, più o meno a metà, si ammala di sclerosi multipla. La malattia cambia radicalmente alcuni aspetti della sua vita ma non la sua principale attitudine, quella che è stata per lui anche un mestiere, l’osservazione della realtà e la sua descrizione.
Elisabetta è amica di Toni, come lui è di origini venete e romana d’adozione, e anche lei di mestiere osserva la realtà e la racconta con i suoi film al confine tra i generi: tra documentario e finzione.
La cena di Toni racconta mesi e poi anni in cui Toni, mentre la malattia lentamente avanza, cerca di procurarsi il Sativex, un farmaco a base di cannabinoidi. Il farmaco sarebbe anche legale ma la macchina burocratica italiana, maestosa e multiforme, dall’altro capo del filo telefonico lo rende a lungo irreperibile. La cena alla fine del film è appunto per festeggiare con amici e parenti l’arrivo del Sativex che con sé porta la  promessa di lenire i sintomi della malattia. In mezzo ci sono pezzi della quotidianità di Toni registrati dalle telecamere. C’è la realtà e le esigenze narrative del racconto, così vengono cucite insieme la storia e le immagini: le visite degli amici (tra cui spicca il mitico Osvaldo), la relazione con il domestico, con la fisioterapista, i pomeriggi di compiti con piccoli amici. Frammenti che ricomposti in montaggio, secondo un’estetica e forse anche un’etica della vita che Toni, Elisabetta e tutto un certo ambiente della cultura italiana condividono, raccontano la malattia, la crisi e in fondo anche il fascino sottile di essere costretti a cambiare. C’è l’ossessione tutta italiana – che la crisi ha esasperato – per il cibo. C’è Papa Francesco, i soldi che mancano, i telegiornali, i gatti, gli immigrati. Forse, di striscio, anche la questione sulla libertà di cura. Tutto è collegato al racconto puntuale della vita interiore di Toni, una voce fuori campo che tesse la nostra visione della sua realtà. Quel quadro, la smorfia del gatto, la porta smontata, gli occhi di Giosuè, il cappello di Osvaldo. Chi li sta guardando? Noi, Toni o Elisabetta? Il film, grazie ad una regia profondamente femminile di accoglienza – e non controllo- della storia,  crea una densa sovrapposizione di questi livelli di narrazione del reale in cui i confini vengono meno, il sentire diventa condiviso e in un certo senso siamo chiamati ad essere co-autori. E la resilienza aumenta quando questo si verifica, come lo stesso Toni spiega bene.
Annunci