LUIGO DA DENTRO

LUIGO DA DENTRO

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Luigo era un ragazzo benestante prima che dilapidasse completamente il suo patrimonio, ereditato alla morte dei genitori, per finanziare i suoi show personali e mettere in scena le sue diverse identità. Semplicemente ha speso tutto per pagare una serie di personaggi, a vederli anche “ persone normali”, che in cambio di un po’ di contanti gli facevano fare una parte nel loro pezzo di mondo. Un assistente universitario arrotondava la borsa di ricerca facendogli tenere qualche lezione come professore ospite davanti ai suoi studenti. Un sacerdote gli faceva dire messa ogni tanto (solo le infrasettimanali), in cambio di qualche generosa offerta per restaurare il crocefisso d’epoca. E tanti altri ruoli giù in città, con una discreta rete di collaboratori pronti a partecipare a queste sceneggiate private. Ne’ per truffa ne’ per eversione, semplicemente un modo per racimolare qualche soldo in più per i collaboratori e un esercizio di stile per Luigo e i suoi occhi che desideravano una visuale più ampia della vita. Poi i soldi finiscono, arrivano “LaSbanca” e “InEquitalia” e inizia il film. 
I film di Stefano Usardi, amico e collega Dams Cinema a Bologna, immatricolazione anno 2000, sono tre finora. Gli altri due sono “27”  del 2011 e  “Il mio giorno” del 2013  – ultima interpretazione di Sergio Fiorentini –  e in tutti il filo rosso è il tema della percezione, ambito a cui Stefano ha dedicato anche il suo dottorato di ricerca in Spagna. Per “27” ho collaborato ai dialoghi della sceneggiatura,  per “Il mio giorno” ho, in maniera del tutto casuale, organizzato una proiezione a Saronno che si è poi rivelata tra le più partecipate dell’arena estiva 2015. E per LUIGO mi sono occupata dell’organizzazione generale del film, motivo per cui questo non è un pezzo di critica cinematografica ma più una riflessione personale, dopo un lavoro che a ritmi alterni è durato quasi due anni e  prima dell’imminente prima uscita nazionale al Kinodromo lunedì prossimo, e del tour del film in varie città (qui gli aggiornamenti su luoghi e date).
LUIGO, se pure con le difficoltà tipiche del cinema indipendente italiano, è stata un’esperienza – manifesto di una linea produttiva ideale. Siamo riusciti a lavorare con un budget relativamente piccolo ma completamente nostro, senza contributi statali, il che ha reso i tempi di lavorazione umani e la dispersione di energia dedicata alla burocrazia minima, rispetto al solito. Questo per scelta della FiFilm Production di Caterina Francavilla che, l’8 Dicembre 2015, ha deciso di produrre in questi termini LUIGO dopo aver visto a Feltre “Il mio giorno” e dopo aver letto la sceneggiatura. Ho preparato il film da casa mentre i bambini erano all’asilo, con Caterina ad Agordo, Stefano in collegamento diretto un po’ da Belluno e un po’ da Bologna per i primi sopralluoghi e Paolo Ravanini, assistente di Stefano, in collegamento da Verona. 
Prima dell’inizio del set ci siamo visti di persona una sola volta, c’era anche Giampiero Sanzari, (musiche) e Luca Orlandi (d.o.p) per un paio di giorni ad Agordo, immersi nella neve.
A Marzo 2016 si è formata la troupe, quasi completamente bolognese e poi a Giugno sono iniziate le riprese, cinque settimane dense che ho potuto seguire a distanza grazie alla collaborazione preziosa di Chiara Trerè, super ispettrice di produzione su un set in cui tutti hanno dato il massimo.
A Febbraio 2017 dopo montaggio e post produzione il film era pronto e abbiamo iniziato le iscrizioni ai festival più grossi, mirando – soprattutto io, a dire il vero – a Venezia. 
Quando a Luglio ci hanno scritto per dirci che il film era interessante ma non ci prendevano, ci ho provato a pensarlo che non me ne fregava niente di quella congrega di vecchi parrucconi ma ha funzionato poco perché per un bel po’ ci sono rimasta male lo stesso. Stefano diceva che lo sapeva. Caterina non diceva niente. E da Settembre stiamo iscrivendo il film ai festival più “piccoli”, come forse avremmo potuto fare già da prima se non avessi accarezzato il sogno segreto di andare in gondola con Ai Weiwei. La distribuzione è stata un’altra fase spinosa. E’ stato in generale più facile coinvolgere aziende in sponsor o in partnership che approdare ad una distribuzione classica. Abbiamo risolto organizzando un tour del film direttamente con gli esercenti e stiamo a vedere cosa succederà. 
La cosa bella di Luigo è che fa ridere oppure arrabbiare.
Un racconto allegro e dissacrante delle nostre grandi sfide quotidiane: identità, debito, lavoro, relazioni e fantasiose quanto rocambolesche ricerche di vie di fuga dal sistema di controllo. 
Luigo visto da dentro, Luigo visto da fuori. Prossimi esercizi di stile in arrivo.
Copia di DSC_9035m2In apertura Stefano Usardi sul set “Casa Luigo” con Giovanni Morassutti che interpreta Zeno, il fratello invasato di yoga di Luigo.  Qui sopra Luigo (Angelo Colombo) che apre la porta di casa all’ispettore di InIquitalia (Giuseppe Antignati).
Le foto sono di Benedetta Manzi.
Elisabetta Pandimiglio

Elisabetta Pandimiglio

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Il cinema di Elisabetta Pandimiglio è un’esplorazione soggettiva e antropologica, per questo femminista, delle relazioni tra gli individui e, a cascata, dei meccanismi e dei rapporti di forza che ne regolano gli ambienti di appartenenza. Questo approccio politico alla narrazione è sempre presente nel lavoro di Elisabetta, se pure la sua produzione ventennale nell’ambito del cinema indipendente racconta contesti diversi e anche apparentemente lontani dalla militanza, il calcio per esempio, in “Sogni di Cuoio” e “L’ incontro”, tra i suoi lavori più conosciuti.

Il filo rosso che lega film distanti tra loro, tra cui “Motoboy”, girato a San Paolo di Brasile con Cesar Meneghetti nel 2002, “Mille Giorni di Vito” del 2009 e “Più come un artista” del 2011, può essere a mio parere il tema della gabbia, presente anche in “Sbagliate” (recensito qui).

C’è la costante intersezione di due assi: uno maschile che tende alla riproduzione “scientifica” della realtà e che determina la scelta del documentario come genere d’elezione. E uno molto più femminile, rintracciabile nella grammatica visiva di base delle immagini, spesso inerente alla videoarte, e nella versatilità dell’impianto narrativo meticcio. E’ il livello in cui le percezioni, di chi racconta la storia e di chi ne fa parte, trovano la loro vibrante e asciutta rappresentazione.

La gabbia come reticolo cartesiano per mappare i conflitti della nostra contemporaneità si pone in militante antagonismo con l’autoritarismo piatto e lucido della fiction, del verosimile contraffatto ad arte al fine di mantenere sotto controllo, e funzionali al sistema egemone, le percezioni individuali.

In questo senso la gabbia, nel cinema di Elisabetta Pandimiglio, è necessaria per accedere alla consapevolezza che la fiction ha il compito di impedire e propedeutica alla liberazione.

Motoboy è un documentario che poi diventa film di finzione sui brasiliani della capitale che si guadagnano da vivere con le consegne a domicilio in moto. Il trasporto va dalla pizza alla merce più disparata, sangue, organi, marijuana, contanti… L’agenzia prende in carico l’ordine e loro rischiano la vita sulla strada, da un parte all’altra della città, per tutto il giorno, con due costanti preoccupazioni: l’incidente e il furto della moto, acquistata a rate. Provengono da classi sociali umili , non le più umili, sono parte della grande maggioranza povera che acclama Lula per strada nell’anno delle sua elezione. La telecamera si infila nelle loro vite incastrate dalla precarietà, tanto più incombente quanto più fluida e veloce e, oltre alle acrobazie nel traffico, ne cattura le intuizioni, profonde, sul sistema di cui fanno parte – “Tutto questo bisogno di velocità, quest’urgenza è solo paura e finzione. Nasconde i problemi reali della nostra società che vengono ignorati” – e la consapevolezza dolorosa della loro condizione – “Il bravo motoboy è quello che rimane vivo”.

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E’ il giovane Ratinho che parla e ci accompagna in questo tour nella struttura sociale ed economica del suo paese, emanazione violenta di un potere ancora pienamente schiavista. Si intravedono crepe sottili che ogni singola identità, con il suo proprio modo di resistere, genera e al contempo si percepisce la grande forza d’attrazione, ed è forse questa la gabbia più invincibile, che la struttura esercita sulle persone, sulle loro aspirazioni. Ratinho non potendosi permettere un appartamento da vivo, ha acquistato (a rate) un tumulo mortuario perché lui e la sua famiglia possano assicurarsi una dimora di proprietà almeno da morti. Per la sua piccola figlia spera in un futuro da segretaria in una multinazionale. Del resto è difficile rammaricarsi con lui per questo. L’intellettuale, uno dei commentatori esterni a cui da spettatori ci si affiderebbe per una svolta positiva, quando Ratinho finisce sdraiato a terra per un incidente, entra in scena – geniale e spietato, nel ricordarci che non c’è nessuno di “esterno” in questa storia – per sottrargli il suo unico accessorio di marca, le scarpe rosse.

“Più come un artista” è un documentario sullo chef stellato Gennaro Esposito. Il racconto del personaggio parte da ciò che produce la sua cucina, senza l’autoreferenzialità celebrativa tipica nella narrazione delle personalità eccellenti. Il lavoro sottile sui collaboratori, le relazioni personali con i membri dello staff e  con la compagna Vittoria, descrivono la maestria di Gennaro nel creare valore armonizzando lo scambio e non instaurando il predominio attraverso la gerarchia. E’ la cucina, con l’arrivo del pesce fresco e l’organizzazione del menù, che detta regole e ritmi nell’esistenza. La ricerca della perfezione nel flusso di lavoro e, solo di conseguenza, nel gusto della pietanza, è la forma di personale resistenza che Gennaro Esposito mette in atto quotidianamente e ha cura di trasmettere alle persone che lavorano con lui. “Devi dare identità al tuo tempo” dice Salvatore, il vice chef, alla responsabile dei dessert, per commentare una scelta procedurale che non condivide. Anche l’equilibrio e la ricerca costante si svelano a tratti schemi di cui diventa difficile fare a meno. Tracciano un cammino diritto e sicuro che, per timore o per gratitudine, si può abbandonare solo per poco, il tempo di una nuotata in mare aperto.

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In “Mille giorni di Vito”, breve e toccante ritratto muto della detenzione infantile in Italia, la gabbia è luogo fisico. Vito, come altri bambini, ha vissuto in carcere fino ai tre anni con la madre e ora ci rientra nel fine settimana, per poter trascorrere del tempo insieme a lei. L’elaborazione visiva dell’immagine è frammentata, l’inquadratura si spezza in tanti rettangoli, la povertà delle scene amplifica il racconto di una storia ordinaria e impossibile. Vito cammina con le mani dietro la schiena, quando esce dal metrò di Rebibbia, un enorme e inaspettato stormo di uccelli che danzano in aria sulla sua testa gli fa spalancare gli occhi e la bocca. Corre di gioia e per un attimo slega le mani.

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La mappa dei rapporti di forza che ci consegna questo cortometraggio del 2009 è arcaica e inequivocabile sui gap che ancora caratterizzano zone, come il nostro paese, considerate tra le più evolute al mondo. E anticipa inoltre alcune recenti posizioni sul fenomeno della violenza domestica, basta pensare a quante/i nel 2015 si sono rifiutate/i di partecipare alle celebrazioni del 25 Novembre, che viene sempre più considerata non un episodio di isolato malessere ma l’espressione in ambito interpersonale di una violenza che è insita nel nostro modello di base, sistemica e sistematica.