Figlia Mia

Figlia Mia

Vittoria (Sara Casu) ha dieci anni e nell’estate in cui si trasforma da bambina a ragazza scopre la sua storia antica, quella da cui vengono i capelli rossi e le lentiggini che vede ogni giorno riflesse nello specchio ma non addosso ai suoi genitori. Angelica (Alba Rohhwacher) è la matta, ubriacona e prostituta del villaggio, di giorno sta in mutande e beve birra e di sera si veste a festa e va nel bar dove si ritrovano gli uomini, a cercare l’amore e qualcuno che le paghi da bere. A breve rischia di perdere la casa per un debito di euro ventotto mila e rotti che non ha e non sa dove andare a prendere. Tina (Valeria Golino) lavora con il marito devoto in una fabbrica di bottarga ed essere madre di Vittoria è quello che desidera dalla vita. Questo desiderio lo coltiva con cura ogni giorno, fino a quando Vittoria e Angelica sfiorandosi, si riconoscono nel loro legame di sangue e l’equilibrio fondato su dieci anni di amorevole omissione salta. Angelica ha partorito Vittoria, Tina l’ha allevata come fosse stata sua. Tina e Angelica abitano a tre chilometri di distanza e le lega un rapporto profondo di solidarietà e accettazione reciproca che la faticosa vicenda conferma e sancisce. “Figlia Mia” il secondo film di Laura Bispuri (il primo è “Vergine giurata” che devo ancora vedere) esce domani nelle sale italiane ed è attualmente in corsa, unico film italiano, per l’Orso al Festival di Berlino. In un’assolata e arcaica Sardegna, tra gente semplice e taciturna, si racconta della maternità, da quella viscerale a quella genitoriale. Nel tempo del film prendono forma le mille sfumature di questa esperienza che include senso di inadeguatezza e missione di perfezione e si va ancora oltre… Oltre gli opposti  natura/cultura dove si riuniscono la mamma biologica e la mamma genitore semmai fossero state veramente divise. Oltre  il giudizio che non  trapela dalla telecamera saggia e sapiente nel racconto dello sguardo della donna- bambina. Una donna – bambina a cui ci si affida per risolvere uno dei conflitti più immani: dimmi ora, Vittoria, chi è quindi tua madre? Vittoria si cala nel buco più profondo della montagna e riesce a riemergere, nascendo di nuovo, da sola, figlia di due madri che non ha bisogno di cambiare. Ecco non la fine ma l’inizio di una nuova storia in cui i personaggi possono esistere solo nella loro reciproca relazione. Nell’inevitabile richiamo all’attualità e al tema della gestazione per altri mi sembra di cogliere uno spunto per pensare alla genitorialità come attitudine sociale e condivisa, senza esclusioni, senza separazioni permanenti e funzionali a creare nuclei chiusi che nella realtà non esistono. Un film da vedere per il suo bellissimo scenario visivo e per la maestosità della recitazione del trio femminile in cui, se volessimo trovare un vertice, direi Valeria Golino per la sottile e costante interpretazione dell’attitudine dell’essere in debito. Particolarmente gustose le soluzioni d’arredo degli ambienti di Ilaria Sadun e una sincera nota di merito a Michele Carboni che interpreta il marito di Tina. Nel cast anche Udo Kier con l’augurio che possa essere un gancio in più per l’Orso. In bocca al lupo.

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